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MEDIATRICE CULTURALE

"Tutti rimpiangono Gheddafi. Per la sicurezza, innazitutto. Non posso più tornare nel mio Paese"

Samira Abodaber, mediatrice culturale libica, in Italia dal 1981, non si capacita del disastro in cui è sprofondata la Libia, Paese dove è nata e dove risiede ancora la sua famiglia di origine. "E' una guerra che potrebbe durare anche dieci anni. Anche le nuove generazioni sono cresciute con la mentalità bellica. Non conoscono alternative"

AOSTA - "E' un disastro a tutti i livelli. Si sono liberati di un dittatore e ne sono venuti altri dieci, cento".Samira Abodaber, nativa di Zanzur, in Libia, mediatrice culturale, arrivata in Italia nel 1981, ha un unico pensiero: andare dai suoi famigliari, anche soltanto per pochi giorni. "Non li vedo da cinque anni - dice - .Sono angosciata. Ci sentiamo al telefono, ma potrebbe esserci, da un momento all'altro, anche l'interruzione dell'energia elettrica e, quindi, anche della linea telefonica".
Condanna Haftar, "l'altro tiranno che ha un unico obiettivo. Andare al potere", afferma. Dimostra maggiore indulgenza nei confronti di Sarraji: "E' meno violento. Potrebbe fare molto di più, ma non ha il carisma per proporre soluzioni che portino ad un compromesso di pace. In questa situazione - teme la mediatrice culturale - la guerra potrebbe durare anche dieci, quindici anni. Vedo la Libia con lo stesso destino della Siria, dello Yemen e dell'Iraq".
Il suo rovello è la possibile interruzione dell'energia elettrica. Lo ribadisce. "I bombardamenti colpiscono ovunque - sottolinea - e potrebbero distruiggere le linee. Sarebbe un'alytra catastrofe nella tragedia che sta già vivendo il mio popolo".
Tratteggia, in breve, la realtà della popolazione libica e la loro mentalità: "Il popolo libico è formato da tribù dove vige la vendetta. In questa situazione sono certa che non intendono fermarsi, abbandonare le armi e venire alla pace.".
Guerra che le tribù combattono per prendere il comando potere e instaurare una nuova dittatura, "forse peggiore di quella del raiss", paventa Samira Abodaber. Il suo sogno nel cassetto ha un solo nome: elezioni libere, con i candidati scelti dal popolo ."Si conosono tutti - informa - e,quindi, saprebbero chi potrebbe fare gli interessi della gente. Chi potrebbe governare pensando all'interesse del Paese, non soltanto al suo e a quello dei seguaci".
Loda il suo popolo. "I libici sono intelligenti. Ma i lunghi anni trascorsi sotto l'oppressione del governo di Mu'ammar Gheddafi li ha trasformati. I miei connazionali non conoscono la parola democrazia. Per loro, la libertà si conquista soltanto con la guerra. E le nuove generazioni sono cresciute con questo ideale sbagliato".
Il pensiero dei suoi cari la tormenta. Ricorda il periodo post Gheddafi quando è andata al Consolato, a Milano, e il Console le ha prospettato un futuro di sangue: "In Libia si combatterà dieci, quindici anni prima di tornare ad una relativa pace". Dice ancora: " Anhe se la 'testa' è una, le 'radici' sono tante. Sottoterra crescono e tutte vogliono comandare".
Alla domanda se, nonostante tutto, i libici rimpiangono il colonnello, risponde in un attimo "Tutti lo rimpiangono Per la sicurezza e per il lavoro che garantiva alla popolazione. Oggi i giovani sono persi, senza identità, considerati meno di niente. Attirati soltanto dallo schierarsi con la tribù che offre anche prospettive economiche". .
La sconvolge il pensiero di non poter tornare in Libia. "Non ho il passaporto libico e non voglio entrare nel mio Paese come una straniera. Spero in una svolta", il sorrtiso di Samira Abodaber.

SANDRA LUCCHINI

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