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Gli stracci della sinistra

Zingaretti trionfa alle primarie del PD e tutti i media, adusi al servaggio progressista, si fregano le mani. La cosa era scontata, i programmi, analoghi sul grigio, e i concorrenti scarsi assai. Martina è arrivato secondo, ed è contento. Poveretto, poteva arrivare ultimo, grazie alle sue qualità. Righetti, l’uomo forte di Renzi, è arrivato terzo e ultimo.

Ora, il PD riparte. Lo dicono tutti e si aspettano grandi novità. La prima novità è che tutti e tre, prima delle elezioni, hanno giurato che non faranno mai un governo con 5Stelle. Una posizione politica assai forte, di renziana memoria. Poiché sono convinti che il PD, ora, riacquisterà le posizioni perdute, la domanda inevitabile è con chi potrebbero fare un governo. Con 5Stelle, no. Con la Lega, neanche a parlarne. Vuoi vedere che resta solo Forza Italia? Renzi, il grande assente, si frega le mani pure lui. È la stessa politica che voleva adottare con il famoso patto del Nazzareno. Finì malissimo, ma questo dà un’idea della qualità e del livello delle prospettive politiche della nuova Segreteria del PD.
Zingaretti, in un lunghissimo discorso dopo la sua elezione, ha parlato molto ma detto assai poco. Soprattutto, ha detto che non vuole essere un leader impositivo, ma una specie di coordinatore di tutta la variegata area del centro-sinistra per riguadagnare consensi perduti.
Non dubito della sua buona fede, ma sarà difficile. Quel che resta del PD, dopo la botta delle ultime elezioni, nazionali e regionali, è ancora sostanzialmente renziano. Zingaretti è stato eletto in contrapposizione a quel periodo, ma se vuole governare il partito dovrà sbarazzarsi di tutti i renziani. Renzi assicura che non gli remerà contro, anche perché, in questo momento, è pieno di guai famigliari, ma dell’uomo non c’è da fidarsi. Ne sa qualcosa Letta.
L’idea, poi, che sotto le bandiere di Zingaretti si raccolga tutta la variopinta sinistra, è piuttosto ottimista. I distinguo saranno infiniti. Quanto agli sparuti gruppi del centro, anche lì, c’è poco da essere tranquilli, pronti come sono a cambiar bandiera secondo come tira il vento. Zingaretti dovrà farsi strada a gomitate, ma è uomo da mediazione. Coordinare le idee degli altri è più facile che averne di proprie.
Al momento, ciò che emerge, a parte i trionfalismi di maniera, è che la sua visione è volta a organizzare un partito “nuovo”, “aperto”, “diverso”, costruito con l’apporto della “gente”. Per fare che?
Questo è il punto: vuole la TAV anche lui, ma sul reddito di cittadinanza non ha detto nulla. Su quota 100 non ha aperto bocca. Fino a ora il PD è stato contro queste iniziative per due ottime ragioni: perché 5Stelle ha scippato alla sinistra la bandiera della socialità e perché la proposta viene dalla maggioranza di Governo. Se vuole aprirsi alla socialità, il PD dovrebbe rivedere la sua posizione in Parlamento. Non è mica una cosa facile! Dovrebbero schierarsi con l’odiato governo giallo-verde.
Sull’immigrazione, nulla. Dopo anni di silenzio e la brevissima stagione di Minniti, il PD si scaglia contro Salvini. che ha bloccato i porti e fermato gli arrivi. Loro sono per i salvataggi in mare, i porti aperti, le ambiguità delle ONG e l’accoglienza umanitaria erga omnes, modello Boldrini. Ma dove metterli non lo dice nessuno. Non a caso è sulla questione immigranti e sull’arroganza di Renzi che hanno perso le elezioni.
E l’Europa? Quali sono le idee di Zingaretti e del nuovo PD? Un silenzio colpevole, a parte le chiacchiere di rito.
In conclusione, va bene tutto, ma con quali proposte, con quali prospettive per il Paese? Dov’è il futuro preconizzato da Zingaretti, nell’euforia del successo, solo nel togliere la poltrona a Martina e allontanare lo spettro di Renzi?
Intanto, qualcosa bolle nella pentola europea e coglie tutti di sorpresa. La Francia lancia un messaggio conciliante nei confronti dell’Italia e di risveglio comunitario verso l’Unione europea. Così non si può andare avanti, l’idea europea è in pericolo, bisogna cambiare. Lo dicono tutti, ma nessuno è stato fino a ora in grado di proporre qualcosa. Dopo anni di critiche e di polemiche, non c’è ancora uno straccio d’idea concreta. Non ce l’hanno gli europeisti di bandiera, non ce l’hanno i populisti emergenti e neppure i nazionalisti facinorosi. Tutto deve cambiare, siamo d’accordo, ma come?
Macron prende l’iniziativa di convocare una Conferenza intergovernativa fra i 28 Paesi dell’Unione per discutere su alcune questioni fondamentali, peraltro a tutti note, ma che nessuno ha il coraggio di affrontare, lanciando lo slogan: libertà, protezione e progresso per un nuovo Rinascimento europeo.
Propone un’Europa contro gli imperialismi commerciali (e politici) russo, cinese (e americano), una politica della difesa, un’agenzia per il web, una politica comune per l’immigrazione, azioni risolute contro quelle imprese (multinazionali) che minacciano l’economia europea e così via. Lo fa nell’interesse della Francia, soprattutto, ma anche dell’Europa.
Possibile che solo la Francia sia in grado di pensare e di proporre?
Che occasione perduta per il ”nuovo” PD per uscire dall’oscurità e farsi portatore di proposte! Questo era il momento per segnare una svolta, non per raccogliere gli stracci di una sinistra al collasso. Ma non è solo colpa di Zingaretti. È tutta la classe politica italiana a rimorchio dell’intelligenza altrui. Di propria ne manca, come di cultura, di esperienza, di fantasia. Le cose che dice Macron le sanno tutti. Da anni se ne discute.
Possibile che in Italia, fra tanti politici esperti e inesperti nessuno abbia avuto il coraggio di suggerire una proposta? Tutti a lamentarsi, a discettare, a far polemiche idiote, ma nessuno in grado di scrivere e proporre.
Si dirà che ciò che dice la Francia ha un peso politico rilevante e ciò che borbotta l’Italia è zero. Purtroppo è vero. Per quanto ammaccato, Macron ha una statura da statista e ha dietro un Paese importante. Se lancia una proposta rivoluzionaria non se l’è covata nel cassetto come una gemma. L’ha negoziata con altri partner europei importanti per evitare che cadesse nel vuoto e, prima di tutto, con la Germania. Non credo che l’abbia fatto con Moavero, il nostro mitissimo Ministro degli Affari Esteri. Parlare con l’Italia è inutile, tanto, prima o poi si accoda. Non ha idee e, quindi, non ha alternative. O bere o affogare.
Questo è il risultato dell’inerzia, dell’incapacità, dell’incultura dei nostri governanti. Non si tratta di differenze politiche. Sono tutti accomunati dalla stessa impotenza nel programmare un futuro che vada oltre la prossima elezione di turno.
Eletti dal popolo per decidere, sono incapaci di farlo. Al massimo, hanno il coraggio per proporre un referendum per chiedere al popolo cosa devono fare. Ma allora, perché sono stati eletti?
Torniamo a Zingaretti, con la sua visione limitata ai problemi interni del partito e, solo di sfuggita, alle questioni nazionali. È sulla scia di tutti gli altri: nessun colpo d’ala, solo un rimaneggiamento, tinteggiare per far apparire nuovo ciò che è ormai vecchio e decrepito.
Tutto ciò dà la misura dell’attuale valenza politica del maggior partito italiano d’opposizione. Siamo alla politica della parrocchia o della sezione di periferia. Cosa mai potremmo dire sull’Europa?

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Ritratto di Stelio W. Venceslai

Biografia

Stelio W. Venceslai, nato a Bologna, risiede a Roma, cittadino del mondo, conferenziere, polemista, scrittore, imprenditore, commentatore radiofonico.
Laureato in Giurisprudenza, revisore dei conti e docente universitario ha ricoperto numerosi ruoli nell’ambito dell’Amministrazione dello Stato e di alcune Organizzazioni internazionali.
Attualmente, s’interessa di ricerche sociologiche, filosofiche e storiche, con particolare riferimento al Medioevo e alle mutazioni sociali del nostro tempo.
Ha collaborato e collabora con numerose riviste, nazionali e internazionali, di diritto dell’economia, politica economica e politica estera.