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Un frate libero pensatore

In questa Italia che possiamo definire ancora clericale, pur se sempre più scarsamente cristiana, sulla memoria di Giordano Bruno è calato l'oblio; un oblio che, stranamente è assecondato anche da parecchi settori della cultura laica, che evitano di parlare del Martire del libero pensiero.

La cosa non è poi tanto strana, se si pensa al carattere intransigente del Frate, alieno da ogni compromesso con l'avversario, deciso – sino alla morte – a non modificare nulla del suo programma ideologico. Qualità, questa, assolutamente fuori posto in una cultura "progressista" che anela ad intese con ogni controparte. Ecco perché a questa "cultura" dà fastidio l'esempio del Frate che si rifiuta di attraversare la rigida linea di demarcazione che divide il laico da chi laico non è, anche se il laico di oggi è meno metafisico, e meno settario del non laico di ieri, del Frate che sale impavido sul rogo e non abiura, pur se sottoposto alla tortura e di fronte alla più orribile morte che possa toccare in sorte ad un essere umano.
Non v'è alcun dubbio che l'insegnamento di Giordano Bruno è pieno di un alto senso morale. Esso completa quello di Socrate. Entrambi, Socrate e Bruno, ci hanno insegnato che il coraggio è la prima virtù dell'intelletto (lo stesso Napoleone soleva ripetere: "il coraggio non si può simulare, è una virtù che sfugge all'ipocrisia"). Essi hanno avuto il coraggio di agire coerentemente al loro insegnamento. In tutti i tempi il coraggio è valido, ma in particolar modo nel nostro presente. Enorme è infatti la responsabilità dell'intellettuale della nostra epoca; dal tecnico allo scienziato, dal pubblicista allo scrittore, dal giurista al poeta; l'intellettuale è al centro della società; egli è il "persuasore occulto". Può essere strumento docile del regresso, se si porrà agli ordini di una volontà coercitrice, come, diversamente, può essere strumento di libertà e di difesa della stessa.
L'esempio del "Frate incappucciato" è quanto mai stimolante e degno di essere ricordato.
Oggi, a distanza di 419 anni dalla sua morte, come ormai è diventata consuetudine, ho rivolto ancora una volta il mio pensiero commosso a Giordano Bruno per dedicargli queste scarne righe, cercando di evidenziare quanto ancora sia attuale ed utilizzabile il messaggio del Nolano. Cercherò di farlo senza retorica, senza quella retorica che Egli stesso aborrì, preferendo la pregnanza delle cose e la loro natura intuitiva e visiva, alle tante parole.
Nell'opera "I Dialoghi", Giordano Bruno sosteneva, infatti, che la ricerca del vero non passa per la strada della verbosità retorica o dialettica, ma transita attraverso il deserto della solitudine della propria coscienza, e nel più intenso e concentrato silenzio.
Pertanto, non ricorderò le sue ultime tragiche ore di vita, così come ce le descrivono i verbali redatti dalla Compagnia di San Giovanni Decollato che lo accompagnò nei suoi ultimi passi, ma tenterò di ricordare succintamente il suo luminoso pensiero ed il fulgido esempio di coerenza nella ricerca della verità sostanziale, conclusasi con il supremo sacrificio di sé.
Filippo Bruno era nato nel 1548, in un'epoca in cui nella Chiesa Cattolica Romana si respirava quell'aria di intransigenza e di violenta repressione che partorì il Concilio di Trento del 1563. L'Enciclica "Profissio Fidei Tridentinae" segnò ufficialmente l'inizio di quella intolleranza dogmatica che sarebbe perdurata fino al Concilio Vaticano Secondo, conclusosi l'8 dicembre 1965 sotto il pontificato di Paolo VI, allorché la Chiesa stessa non poté fare a meno di prendere atto delle esigenze macroscopiche del mondo moderno, in grado ormai di travolgerne la secolare, ma troppo statica impalcatura.
All'età di 15 anni, Bruno fu ammesso al sacerdozio nel Convento di San Domenico, a Napoli, e prese il nome di Giordano.
In quell'epoca di grande fervore umanistico, intellettuale e filosofico, il Cristianesimo si era scisso in molte e diverse unità e Giordano Bruno, negli insegnamenti di Erasmo da Rotterdam e nelle filosofie di Marsilio Ficino e dei neoplatonici del '400, intravide la possibilità della riunificazione e ricomposizione del Cristianesimo Universale.
Platone, il naturalismo degli Antichi, il Vecchio e Nuovo Testamento, ben si accordavano tra loro in un'unica Sapienza, dove Salomone e Pitagora, e le tradizioni ad essi susseguenti, dicevano la stessa cosa.
Da qui, la interpretazione e risistemazione neoplatonica dei massimi dogmi cristiani, nel tentativo di ricondurre ad uno spirito unico la Chiesa Cristiana e le altre scismatiche Chiese europee.
Nasce così, proprio da queste aspirazioni del Frate, il dissidio, destinato a concludersi tragicamente, con la Chiesa di Roma la quale giudicava che, per queste cose, egli si fosse posto al di fuori del Cristianesimo, nonostante le reiterate dichiarazioni di Bruno che riteneva di essere rimasto nel suo seno.
Riproduco una parte del verbale del suo interrogatorio, svoltosi a Venezia il 2 giugno 1592, da cui risulta anche il suo modo di vedere la realtà universale :
" ... Direttamente non ho mai insegnato cosa (alcuna) contro la religione cattolica cristiana, benché indirettamente (lo abbia fatto), come è stato giudicato a Parisi (Parigi); dove per me fu permesso trattare certe disputazioni sotto il titolo "Centovinti articuli contra li Peripatetici" ed altri volgari filosofi, stampati con permissione de' Superiori, non pregiudicando alla verità secondo il lume della Fede".
"Nel qual modo si possono legger ed insegnare i libri di Aristotile e di Platone, che nel medesimo modo, indirettamente, sono contrari alla Fede, molto più contrarii che li articuli da me proposti e difesi; ... li quali tutti possono essere conosciuti da quel che è stampato in questi ultimi libri latini da Francoforte, intitolati <>, <>, <> ed in parte in <>. Ed in questi libri particularmente si può veder l'intenzione Mia e quel che ho sostenuto; ... la qual in somma è che io sostengo un infinito universo, cioè effetto della infinita divina potenzia, perché io stimavo cosa indegna della divina bontà e potenzia che, possendo produr oltra questo modo, un altro ed altri infiniti, producesse solo un mondo finito".
"Sì che io ho dechiarato infiniti mondi particulari simili a questo della Terra; la quale, con Pitagora, intendo un astro, simile al quale è la Luna, altri Pianeti ed altre Stelle, le qual sono infinite; e che tutti questi corpi sono mondi e senza numero, li quali costituiscono la università infinita in uno spazio infinito; e questo se chiama universo infinito, nel quale sono mondi innumerabili".
"Onde, indirettamente, avrei contrastata la verità secondo la Fede".
"Di più in questo universo, metto una Provvidenza Universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si muove e sta nella sua perfezione; e la intendo in due maniere, l'una nel modo con cui è presente l'anima nel corpo, tutta in tutto e in qual si voglia parte, e questo chiamo Natura, ombra e vestigio della divinità; l'altra nel modo ineffabile col quale Iddio per essenzia, presenzia e potenzia, è in tutto e sopra tutto, non come parte, ma in modo inesplicabile...".

Ma la Chiesa di Roma non poteva sopportare che, tra l'altro, sul piano teologico, si sostituisse la tradizionale immagine di Divinità trascendente e separata dal mondo, con una concezione di Dio immanente nella natura e nell'intelletto, Artefice Supremo dell'Universo ed operante all'interno di esso in ogni singola cosa. Non poteva sopportare che il Dio di Abramo e di Mosè fosse ridotto a semplice "Anima Mundi" che pervade di spiritualità un universo infinito, composto di un infinito numero di mondi, animandolo dall'interno.
Già il polacco Copernico, superando la concezione geocentrica, s'era posto al di fuori dei dettati delle Sacre scritture; figuriamoci come potesse un Frate sostenere che non poteva esistere un centro dell'Universo e che ogni centro, a seconda del punto di vista, era a sua volta circonferenza di qualche altro sistema planetario.
Tuttavia, anche se i discorsi nei quali Giordano Bruno si avventurava con gli altri frati non tardarono a fare istituire contro di lui un processo per eresia, la ragione che lo portò a fuggire da Napoli prima, e da Roma poi, fu di natura più terrena : infatti, temette di essere incolpato della uccisione di colui che lo aveva denunciato di eresia.
Girovagò tra Svizzera, Francia, Inghilterra, Germania, approfondendo ovunque i suoi studi cosmologici, metafisici, fisici, matematici, psicologici e gnoseologici, approdando anche alla magia, quando soggiornò a Praga.
Di questo, però, non dobbiamo meravigliarci, poiché anche nel chiuso dei conventi, atri frati studiavano in silenzio queste cose. Tuttalpiù, viene da chiederci che fine abbia fatto questa segreta anima del cattolicesimo che, nei conventi, per oscuri frati, studiava di nascosto la cabalà, l'astrologia, l'alchimia e tutto ciò che di scientifico e di occulto ci fosse.
Bruno deambulò per l'Europa di allora, ansioso di trovare un luogo in cui non fosse proibito al libero pensiero di spiegarsi nella propria interezza. Non lo trovò a Ginevra, dove l'intolleranza calvinista accendeva il rogo di Michele Serveto; non lo trovò a Parigi, né a Londra, né a Wittemberg, né a Praga. Credette d'averlo trovato a Venezia, presso Giovanni Mocenigo, che, invece, o per scrupolo religioso o per viltà, lo consegnò all'Inquisizione Veneta, la quale passò subito l'incomodo personaggio all'Inquisizione Romana, ravvisando nelle convinzioni di Bruno gli estremi per sottoporlo a processo per eresia, la cui competenza di giudizio spettava al Supremo Tribunale Romano.
Processo durato sette lunghi anni, nel corso del quale Giordano Bruno si comportò dinanzi ai suoi accusatori, in modo sprezzante, rifiutandosi di abiurare ad una sola delle proposizioni della sua dottrina. E' in quell'epoca che la sua personalità si incontra con quella di Michelangelo Merisi - il famoso Caravaggio - il quale, nella drammatica angoscia delle sue tele, espresse il contrasto che prova l'anima del credente turbata dalle nuove ed ardite formulazioni, prima insospettate, le quali si imperniavano, soprattutto, su una nuova concezione della divinità, di estrazione neoplatonica.
Non più la divinità trascendente ontologicamente separata dal mondo, teorizzata da Aristotele e da Tommaso d'Aquino, ma una divinità immanente, intellettualistica e naturalistica, che si dispone nel mondo. Essa è l'artefice interno che "... come da dentro del seme o radice, manda ed esplica il stipe; da dentro il stipe caccia i rami; da dentro i rami le formate brance; da dentro queste impiega le gemme; da dentro forma, figura, intesse, come di nervi, le fronde, gli fiori, gli frutti; e da dentro a certi tempi richiama gli suoi umori da le fronde e frutti alle brance, dalle brance agli rami, dagli rami al stipe, dal stipe alla radice".
Questo Supremo Artefice dell'Universo è, dunque, la causa di tutto e di tutto il motore, secondo schemi razionali.
Esso è neoplatonicamente concepibile come "Anima Mundi". Essa, di sé, permea l'altro elemento essenziale dell'universo, che è la materia, in modo tale da superare le diversità tra forma e materia, postulata da Aristotele: "...quello che era seme si fa erba, e da quello che era erba si fa spiga, da che era spiga si fa pane, da pane cibo, da cibo sangue; da questo seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavere, da questo terra, da questa pietra o altra cosa, e cossì altre, per venire a tutte le forme naturali? Bisogna dunque che sia una e medesima cosa che da sé non è pietra, non terra, non cadavere, non uomo, non embrione, non sangue, non seme o altro".
Il superamento della diversità materia-forma è reso possibile da una arditissima innovazione che Giordano Bruno introduce nella sua logica, mutuandola dalla dialettica eraclitea. Si tratta della "coincidentia oppositorum" operante sia nell'artefice interno, che nella natura. Ogni cosa, infatti, mutua il proprio contrario, e da questo è mutuata. "La corrosione altro non è che la generazione, e la generazione altro non è che la corrosione; l'amore è un odio, e l'odio è un amore".
Al di sopra di tutto ciò sta, è vero, la "mens super omnia", che riprende il tema della trascendenza medievale; ma si tratta essenzialmente della sopravvivenza del passato, anche nell'ardita coscienza di Bruno.
Il tema centrale della speculazione del Nolano è, infatti, nella "mens insita omnibus", dal profondo significato innovativo, rispetto ai tempi di allora. Innovazione che si ritrova nel superamento della concezione Tolemaico-Aristotelica, dell'universo finito e dell'unico mondo, e si riversa nella concezione degli infiniti mondi proiettati in un infinito, nella quale Bruno interpreta a suo modo, quasi poeticamente ispirato, la teoria Copernicana.
E da questa ispirazione poetica diviene, a coronamento della filosofia bruniana, esaltazione morale.
E', infatti, un eroico furore quello che spinge la coscienza umana a sganciarsi dagli istinti più bassi ed a sollevarsi a ricomprendere in sé tutto l'universo, rendendosi conto della immensa spiritualità che lo caratterizza. Ovviamente, contro queste formulazioni non poteva non prendere posizione lo scolasticismo e la linea intransigente di pensiero e di azione portata avanti dai gesuiti, che era riuscita a prevalere, nel Concilio di Trento, sull'ala minoritaria della Chiesa disposta al colloquio con i Protestanti.
Oggi commemoriamo Giordano Bruno, non già il filosofo, non il sapiente di quanto fosse possibile conoscere in quei tempi, ma il Frate ricercatore della vera "substantia", l'uomo di desiderio, come l'avrebbe definito Louis Claude de Saint Martin, ed ancor più il libero pensatore che rivendicava per sé la libertà della ricerca ed il dovere di superare i limiti della conoscenza ordinaria, per poter comprendere in sé l'intero Universo e l'immensa spiritualità che lo pervade. Pensiamo a Bruno e ne raffiguriamo il simbolo del coraggio nel difendere con tenacia le proprie idee fino al sacrificio, perché veramente di sacrificio si trattò.
I tempi odierni, purtroppo, non ci mostrano una scienza libera e disinteressata. Attualmente, ci fanno vedere una scienza prevalentemente asservita agli interessi economici, politici e militari della classe dominante. Una scienza, la cui ricerca si indirizza quasi esclusivamente verso fatue posizioni di potenza e benessere materiale, che non si ferma nemmeno di fronte al sovvertimento dell'armonia naturale.
Una scienza così sottomessa al potentato economico, da non rispettare più le regole della Natura ed i suoi delicatissimi equilibri, arrivando con ciò ad offendere persino la "Anima Mundi" del Nolano.
E' questo, quindi, il risultato di una ricerca scientifica non morale e non libera, e ciò costituisce un insegnamento prezioso che, in questa era di disastro ecologico mondiale, possiamo trarre dall'esempio e dal sacrificio di Giordano Bruno.
A differenza dei nostri cosiddetti scienziati, Giordano Bruno mai ammise compromessi sulla morale e sulla libertà personale, mai permise aggiustamenti sul libero pensiero, tanto che fece stizzire gli sciagurati carnefici della Compagnia di San Giovanni Decollato, i quali ci riferiscono nei loro verbali, che egli: "stette sempre nella sua maledetta ostinazione, aggirandosi con il cervello con mille errori e vanità".
Riproduco, qui di seguito, un "Avviso"con cui venne comunicata al popolo la esecuzione della condanna di Giordano Bruno, avvenuta due giorni innanzi :

19 FEBBRAIO 1600

Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scellerato
frate domenichino di Nola, di che si scrisse con le passate (precedenti):
eretico obstinantissimo, ed avendo di suo capriccio formati diversi dogmi
contro nostra fede, ed in particolare contro la SS. Vergine ed i Santi,
volse obstinatamente morire in quelli, lo scellerato; e diceva che moriva
martire e volentieri, e che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel
fumo in Paradiso.... ma ora egli se ne avede se diceva la verità."

Noi, uomini di buona volontà, consapevoli di una visione del mondo basata principalmente sulla pace, sulla tolleranza, sulla libertà, sulla ragione, eleviamo un pensiero a quel primo eroe della libertà di coscienza, ed a questa non ultima vittoria dell'intolleranza. E nel nome di Giordano Bruno, autentico "furore eroico" di dignità e verità, rinnoviamo il nostro proponimento di combattere contro l'oscurantismo che, sotto qualsiasi ideologia si ammanti, è sempre sinonimo di massima degradazione dell'Uomo. Sarà questo il nostro impegno, il nostro modo di mettere al rogo ogni intolleranza e di ricordare e rendere onore a chi ebbe il solo torto di parlare della libertà dell'Uomo, della ricerca della verità, di un'etica laica, non contro ma oltre i dogmi di qualunque fede.
Non voglio alimentare sentimenti anticlericali, ma mi piacerebbe che la Chiesa cattolica abbandonasse finalmente il concetto di eresia. E' proprio il concetto di eresia che trasforma la Religione in istituzione terrena privandola di Dio e della sua funzione liberatrice e trascendente. Vengono in mente le parole di un antico Maestro : "dentro di noi Dio diventa Coscienza, fuori di noi si trasforma in Chiesa".
Giordano Bruno muore ancora oggi, ogni giorno, nel dolore e nell'umiliazione di chi è costretto a fuggire dalle tante guerre sparse in tutto il mondo e di cui nessuno parla, da chi è vittima di tirannie e di fanatismi sia politici che religiosi.
Il libero pensiero rischia di soccombere sempre ed ovunque, magari senza bisogno di roghi.

Guglielmo di Burra

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