A differenza di altri giornali, non abbiamo creato un paywall (muro a pagamento): vogliamo mantenere il nostro giornale il più aperto possibile. Il giornalismo di VoxPublica impiega molto tempo, denaro e duro lavoro per produrre la qualità che state cercando. Se vogliamo restare indipendenti non possiamo essere finanziati dalla pubblicità, abbiamo quindi bisogno che i Lettori ci finanzino. Se vi piace quello che scriviamo contribuite a difenderlo, con voi il nostro futuro e il giornalismo libero saranno più sicuri. 
SOSTIENICI CON 3 EURO AL MESE

Intervista a Maurizio De Giovanni, il giallista italiano più amato nel mondo

Intervista a Maurizio De Giovanni, il giallista italiano più amato nel mondo
C’è un certo proliferare nella letteratura contemporanea di gialli, thriller, omicidi efferati da svelare, marescialli e ispettori di polizia alle prese con casi particolarmente rognosi. Un povero cristo di personaggio letterario non fa in tempo a commettere il suo bel delitto che subito si ritrova sguinzagliati sulle proprie tracce fior di investigatori pronti a rivoltarlo come un guanto. Una società letteraria invasa da Forze dell’Ordine desiderose di metterti le manette non appena attraversi con il rosso, pronte a puntarti una pistola alla tempia non appena pesti la coda al gatto. Evidentemente il mercato tira, la gente si appassiona alle storie cruente e le case editrici ne approfittano per rimpinguare il fondo cassa.

Fa parte del gioco. Tuttavia non c’è dubbio che una certa inflazione del genere esista. Gialli, giallini, giallettisbiaditi e scoloriti liberi di circolare senza guinzaglio. Ma anche storie di grande spessore, scritte con maestria, appassionanti e accattivanti, che tengono incollati alle pagine. Cos’ è allora che riesce a fare la differenza? 
A far sì che in questo marasma in cui districarsi alcuni scrittori e i loro personaggi riescano a emergere, affermarsi e diventare familiari al grande pubblico? Mi riferisco al Montalbano di Camilleri, ai protagonisti splendidi della divina Angela Capobianchi, al simpaticissimo  maresciallo Bonanno diMistretta, le pennellate d’autore di  Patrizia Debicke; le storie dure e pregevolissime del duo Costantini & Falcone, il maresciallo Valdes di Paolo Roversi. Questi sono, tra gli autori che ho letto di recente, quelli che mi hanno colpito favorevolmente. E ci mettiamo, tra i grandi, anche il nostro Vincenzo Maimone de “L’ombra di Jago” (crepi l’avarizia). Ma vorrei soffermarmi, in questo articolo, sul commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni di cui ho riportato davvero un’ottima impressione. Ho appena finito di leggere uno dei suoi romanzi più belli: Vipera. È ancora lì, fumante, sul comodino, creatura viva, palpitante, che chiede quasi di non essere condannata all’oblio. A ragione direi, visto che è un signor romanzo, uno di quelli che rimane scolpito nella memoria del lettore. Così come il buon Camilleri riesce a far emergere una Sicilia sanguigna e ruspante nelle sue storie, Maurizio porta alla luce i tesori della Napoli più autentica, una Napoli degli anni 30, in piena epoca fascista. E sono tesori di inestimabile umanità, fusi e forgiati col dolore della povertà più cruda, il colera, l’ignoranza, le superstizioni. Il commissario  Ricciardisi fa carico di tanta sofferenza, ne ha l’olfatto impregnato e il cuore spezzato. Per questo piace, per questo la gente si immedesima nelle sue storie. Vipera, la protagonista principale su cui ruota tutta la trama, è la puttana più bella del casino, muore all’inizio ma la sua figura aleggia per tutta la durata del romanzo, come una diva destinata a rimanere immortale. Come una Marilyn Monroe scomparsa troppo presto e ancora rimpianta. Vipera è una donna che si concede per denaro, una donna da poco, la donna di tutti, eppure è un personaggio nobile direi, che suscita tenerezza, per nulla volgare. Tutt’altro. Malinconica piuttosto, profondamente umana e vulnerabile, grazie alla delicatezza con la quale l’autore riesce a tratteggiarla. Vipera una volta si chiamava Maria Rosaria Cennamo, era di famiglia umile, erainnocente,  sognava il grande amore come tutte le adolescenti. Bellezza e miseria le sono state fatali, un cocktail micidiale per chi non è in grado di difendersi. Ed è finita in un bordello. Ed è finita ammazzata.Ricciardi, con le sue particolari visioni e la sua logica pragmatica, riuscirà a scoprire l’assassino. È proprio questo che vorrei sottolineare: la bravura di Maurizio nel creare l’ atmosfera che caratterizza i suoi scritti,una capacità tutta sua, impregnata di sangue e passione, di odori e sapori genuini. Il profumo dolciastro della casa di tolleranza, Il fritto di cipolle si sprigionano dalle pagine per andare a deliziare il palato del lettore. Credo che questo autore  sia avviato definitivamente a consacrarsi come uno dei migliori del genere, per le tematiche sociali che affronta, la freschezza e la complessità delle sue trame, complesse e allo stesso tempo estremamente fruibili, i personaggi per nulla stereotipati, lo scavo introspettivo di cui sono dotati, i valori che emergono, la fluidità della scrittura. Così come ogni artista che si rispetti non si accontenta di lavorare sul terreno arato ma cerca territori nuovi da esplorarede Giovanni riplasma leinfinite possibilità musicali del linguaggio, utilizzando una scrittura struggente, a tratti caustica, molto evocativa. Tutto questo si chiama stile linguistico, potenza narrativa, capacità di affabulazione.

Carissimo Maurizio, innanzi tutto i miei complimenti per “Vipera”, questo tuo romanzo mi ha coinvolto molto, quasi commosso, portatore di valori autentici. Che differenza c’è tra la Napoli che racconti tu e la Napoli di oggi?

R. Ti ringrazio per i lusinghieri complimenti, che come sai venendo da te che sei un lettore di rara intelligenza e straordinaria sensibilità mi gratificano moltissimo. In effetti è sorprendentemente raro come la letteratura nera, che dovrebbe essere in grado di individuare i confini del crimine con precisione, si faccia raramente portatrice di valori come l’amore e l’amicizia. Questo mi porta a rispondere alla tua domanda: Napoli è oggi una metropoli occidentale, nel bene e nel male simile a tutte le altre grandi città del Mediterraneo; Barcellona, Palermo, Marsiglia, Atene non sono particolarmente diverse, pur conservando ovviamente le peculiarità delle culture che rappresentano. Raccontare gli anni Trenta significa viaggiare in un mondo radicalmente diverso da quello odierno, quando ancora non era stata persa l’ingenuità che la seconda guerra mondiale cancellò brutalmente, sia con le decine di migliaia di morti che causò sia con la terribile miseria, la fame che portò. Un prima e un dopo, dunque, di cui risente inevitabilmente la narrativa. Lo vedo anche quando, come ne “Il metodo del Coccodrillo” e ne “I Bastardi di Pizzofalcone”, di recente uscita, racconto la città contemporanea: cambia anche il mio stesso linguaggio, influenzato dal modo di vedere la città. 

 

Dicono che dopo San Gennaro e Maradona, il cuore dei napoletani batte per Maurizio de Giovanni. Ti aspettavi questo straordinario successo dei tuoi libri? Non fare il finto modesto.

R: Addirittura, esagerato! Non è così, per fortuna; ma è vero che Ricciardi è molto amato, in città e anche altrove. Sono reduce da un giro promozionale a New York dove ho avuto modo di vedere come in soli cinque mesi dall’uscita del primo romanzo ci sia già un folto gruppo di appassionati dei personaggi che racconto, e così è anche in Spagna e in Germania. A Napoli, dov’è nato, questa passione è naturalmente più percepibile e questo mi commuove, e mi responsabilizza anche. Ogni nuovo romanzo non deve deludere, e questo implica ricerche e costruzioni di trame sempre nuove. Una faticaccia, insomma. Ma anche un’enorme gratificazione, ovviamente. Tu sai perché ne abbiamo già parlato che mi viene difficile perfino pensare di essere uno scrittore, figuriamoci a definirmi di successo. Penso che il successo sia di Ricciardi, e anche di Lojacono: io indegnamente sfrutto la loro popolarità come se fosse mia, diciamo così.

 

Il commissario Ricciardi e il commissario Lojacono, protagonisti dei tuoi romanzi, quali sono le differenze più vistose tra i due.

R. Personaggi che sembrano simili ma che non lo sono. Ricciardiha una natura chiusa, introversa, enigmatica e misteriosa per via del Fatto, la condanna a vedere i morti ammazzati e a sentirne le ultime parole. Ha difficoltà nei rapporti col prossimo, ha paura di tutti i sentimenti che ritiene debolezze spesso fatali, cerca di evitare passioni e coinvolgimenti. Lojacono è invece un uomo che ama, che prova simpatie e antipatie, che ha una figlia che adora, che esce non per sua volontà da un amore e che prova attrazione e tenerezza. Hanno delle caratteristiche comuni, non sono particolarmente di compagnia, per esempio, ma sono fondamentalmente diversi al di là delle epoche nelle quali si muovono.

 

Tre valori importanti per te.

R. L’identità collettiva, di città, di Paese, di cultura; la famiglia, in tutti gli aspetti. Il Napoli, ovviamente.

 

Un rimpianto.

R. Forse avrei potuto cominciare a scrivere un po’ prima dei 48 anni. Non moltissimo, perché penso che uno nella scrittura, a meno che non abbia un talento straordinario e io non ce l’ho, debba metterci la vita che ha vissuto, i libri che ha letto, i film che ha visto, gli amori e le passioni; ma un po’ prima sì.

 

La soddisfazione più bella.

R. Sono un uomo fortunato, dovrei scegliere tra tanti bellissimi momenti che la vita mi ha regalato. Attenendomi a quest’avventura della scrittura, direi che il Premio Scerbanenco mi ha particolarmente gratificato, essendo io stato il primo meridionale a vincerlo.

 

Tu hai vissuto ad Agrigento per otto anni, dal 1992 al 2000, quindi conosci molto bene la Sicilia, tanto che il commissario Lojacono è siciliano. Che ricordi ti sono rimasti della nostra terra?

R. Amo teneramente la Sicilia, che ho avuto la fortuna di conoscere abitandoci per tanto tempo. Ad Agrigento ci sono persone che amo moltissimo, lo stesso Peppuccio Lojacono che dà il nome e alcune caratteristiche al mio personaggio è il nome di un mio fraterno amico. Spero proprio di poterci tornare quanto prima, chi vive per un po’ in Sicilia, e non è retorica, ci lascia un pezzo di cuore che ogni tanto deve andare a rivedere. Abbracciando te, amico mio, abbraccio anche quella terra meravigliosa.

 

                                                                                                 

Categoria:

Ritratto di Salvo Zappulla

Biografia

Salvo Zappulla ha pubblicato varie opere di narrativa: “Le due anime del giullare” (1992), “Il maresciallo dei sogni rubati” (1998), “L’ombra” (1999), “La rivolta della natura” (2002), “Il mostro” (2003). “In viaggio con Dante all’inferno” (2004). "Lo sciopero dei pesci" e "Il pollaio dice no" per il Pozzo di Giacobbe. Edizioni in ristampa dei romanzi di Zappulla sono state corredate da schede didattiche e adottate, come narrativa, nelle scuole medie. E’ il presidente dell’Associazione Culturale Pentelite, che organizza la Mostra-Mercato dell’editoria siciliana. Presidente del Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”. Collabora con diverse testate giornalistiche.