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Il valore della cultura

Negli ultimi tempi mi è capitato più volte di cogliere nei discorsi degli amici e negli organi d’informazione la sensazione di un lento e inesorabile degrado della cultura, una disaffezione verso i valori che rappresenta, un giudizio negativo venato di rimpianto solo nei più consapevoli. Il fenomeno non preoccupa i nostri politici, ma ha richiamato l'attenzione d’illustri studiosi, alcuni dei quali hanno prodotto ponderosi e meritevoli trattati che i più, vuoi per il linguaggio, vuoi per il numero delle pagine, si sono ben guardati dal leggere.
È necessario, invece, riflettere sulla cultura e sull'importanza che riveste per l'individuo e per l'economia, soprattutto in un momento di forti mutazioni sociali quale quello che stiamo vivendo. In un Paese di antica civiltà come l'Italia è opportuno ridimensionare alcuni eccessi della nostra esterofilia affinché i giovani non si lascino affascinare da falsi miti: gli uomini valgono per quello che hanno in testa non per quello che hanno in tasca.
Cos’è la cultura se non quell'insieme di tradizioni letterarie, storiche, scientifiche che caratterizzano una comunità, piccola o grande che sia? L'individuo, come eredita le sue caratteristiche fisiche da fattori genetici (i dati che gli arrivano dal DNA dei suoi ascendenti), così eredita dalla società in cui nasce la cultura, intesa come somma di esperienze e di vissuto. In questo senso anche noi Italiani abbiamo ereditato una cultura ed è bene sottolineare che questa cultura ha finora veicolato molti valori positivi quali il culto della famiglia, il senso del dovere che si manifesta anche nell'impegno sul lavoro, lo spirito di sacrificio e di iniziativa necessario per affrontare le prove più difficili, il gusto del bello.
Ogni uomo, dunque, vive all'interno di una tradizione che ne condiziona l'identità, sia a livello collettivo sia a livello individuale.
L'identità collettiva consiste nella percezione di comune appartenenza spirituale, amalgamata da una storia condivisa e proiettata verso un comune futuro. Essa trae alimento dai più diversi filoni: la letteratura, l'arte, i proverbi, il linguaggio, i comportamenti del gruppo, tutti elementi fondamentali per la costruzione di un’identità collettiva che rimane salda anche quando l'uomo razionale la esamina criticamente, rispettando o condannando ciò che giudica in termini positivi o negativi.
L'identità individuale è fortemente condizionata dalle interazioni familiari perché il bambino tende ad interiorizzare i messaggi e ad imitare i comportamenti: in questa ottica la narrazione di miti tradizionali e aneddoti familiari costituisce uno dei più efficaci veicoli di trasmissione della continuità collettiva, inoculando il senso di un eterno legame tra passato, presente e futuro. Si consolida in lui il senso di appartenenza a una lunga catena di individui che hanno regole e storie comuni e questo è fondamentale nel processo di costruzione di una solida personalità. Ma la conseguenza più importante è che la memoria e l'identità sono strettamente correlate: chi non ha memoria o la rifiuta, non possiede identità, con gravi conseguenze a livello di personalità.
Nella cultura di una comunità, così intimamente connessa con il senso d’identità collettiva, oltre alla memoria gioca un ruolo importante la ritualità, intendendo come rito o rituale ogni atto o insieme di atti eseguito secondo norme costanti o codificate. Il rito è tipico del sacro e dei momenti più significativi dell'esistenza dell'uomo, come la nascita, la morte, la festa. In termini più generali, i comportamenti stereotipati dei riti rinsaldano i legami della comunità e l'identità collettiva, creano un momento comunicativo più intenso tra gruppo ed individuo, un'emozione che accomuna le diverse generazioni: sono anch'essi cultura. Accantonarli significa prima o poi dimenticarli e perdere una parte di se stessi, ed è quello che ci sta accadendo.
È importante evidenziare che siamo proprio noi ad alimentare la memoria e le tradizioni, a trasmettere ai giovani l'identità ed i valori nei quali cresceranno. In questo senso siamo determinanti nel costruire i punti di riferimento della società futura ed è fondamentale essere consapevoli delle responsabilità che ne derivano, perché non si può trasmettere qualcosa che non si conosce o in cui non si crede. Solo ciò che vive in chi resta non muore mai!
Appare a questo punto evidente l'importanza della consapevolezza della propria storia, soprattutto per noi Italiani così pronti a subire modelli e valori che ci vengono proposti come frutto del progresso. Questa acquiescenza si riflette nel nostro vivere quotidiano e persino nella nostra lingua: basti al riguardo ricordare i termini latini media e status che abbiamo supinamente accettato con la pronuncia americana midia e stetus o la pubblicità televisiva che spesso si esprime con il solo inglese. Come se qualche secolo di benessere valesse più di millenni di civiltà.
Conoscere personaggi e vicende della propria comunità, tramandarne usi, costumi, linguaggio, significa rinsaldare, e talvolta recuperare, un'identità collettiva che si va perdendo sotto la spinta di modelli estranei che tendono, spesso con fini poco nobili, a mortificare e cancellare le identità culturali dei più deboli. Tale processo, innescato dalla globalizzazione e spesso degenerato in strumento di sopraffazione, porta col tempo alla delegittimazione di valori e tradizioni che costituiscono un patrimonio da difendere e tramandare. Poiché la cultura ha anche una forte valenza economica, denigrarla è vero e proprio autolesionismo. Senza arrivare ad un “orgoglio dell'appartenenza” basterebbe non abbandonarsi, in nome della moda, a processi di massificazione che preludono solo a un devastante “effetto gregge”. Vale quanto ebbe a dire un vecchio capo tribù africano di fronte al dilagare dei colonizzatori: “Almeno non fatevi rubare l'anima!”.
Quanto al ruolo dello Stato, ed in particolare della scuola, basterà ricordare che già nel 1861 il grande Francesco De Sanctis, pur trovandosi come Ministro della Pubblica Istruzione alle prese con un gigantesco problema di analfabetismo, soleva ripetere che i giovani non dovevano essere solo istruiti, ma anche educati. Sottolineava in tal modo la differenza tra lo strumento (l'istruzione) ed il vero obiettivo (l'educazione, intesa come valori fondanti della società civile) e raccomandava: “Giovani, studiate perché l'Italia sarà quello che sarete voi”.

CELESTINO GRASSI

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