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Spiazzati e rampanti

Alla frammentazione politica della sinistra fa riscontro quella della destra. Ciò significa che i partiti tradizionali, che con molta buona volontà potremmo definire ideologici, sono in profonda crisi d’identità. In effetti, lo spartiacque fra le due concorrenti posizioni politiche è quanto mai tenue quanto un velo da sposa. Si potrebbe sostenere che, a furia di confrontarsi e di misurarsi, con esperienze di governo divise e alternative, c’è stato un progressivo ravvicinamento delle posizioni ideologiche. La realtà, purtroppo, è molto diversa.

L’esperienza massima delle destre risale al fascismo e al nazionalsocialismo, a dittature di tipo centro-americano o cilene, a regimi terroristici come in Uganda o nel Congo o nello Zimbabwe. Tutte esperienze finite in modo tragico e disastroso. Il culmine dell’esperimento politico della sinistra è stato il regime sovietico, concorrenziato da quello cinese e finito in un bagno di sangue in Cambogia. Esempi pessimi di un’ideologia trasformata in una specie di religione omicida.
Esperienze ed esperimenti sociali, dunque, del tutto fallimentari. L’idea di uno Stato sovrano nel senso più assoluto del termine, padrone della vita e della morte dei suoi cittadini, è fallita miseramente. Il Dio-Stato è morto, nonostante alcune sparute nostalgie. L’idea social-popolare di una programmazione del lavoro, delle professioni, degli studi, di un incasellamento razionale dell’economia, che razionale non è, è anch’essa tramontata.
La socialdemocrazia e il neoliberismo hanno cercato di trarre conseguenze assennate da questi fallimenti, ma anche dopo alcuni successi, sono state travolte dalla realtà.
I partiti si sono avvicinati al punto da generare confusione negli elettori. Ciò non significa che il tramonto delle ideologie abbia distrutto i partiti. Oggi, a sentire gli uomini della Destra e quelli della Sinistra, le posizioni tendono a coincidere. Tutti sono un po’ liberali, tutti un po’ socialisti, tutti ancorati al rispetto della legalità costituzionale e dei diritti umani. Sembrerebbe un punto d’arrivo auspicabile. La realtà ha distrutto l’ideologia e la progressiva incultura della classe politica ha fatto il resto.
Il fatto è che la sopravvivenza degli schieramenti politici tradizionali è molto aleatoria. La crisi sia della Destra sia della Sinistra ha ragioni più profonde del semplice ravvicinamento delle loro posizioni ideali.
Il mondo è cambiato così rapidamente e in modo così radicale che i partiti tradizionali sono stati spiazzati dalla realtà. La stessa sorte hanno subito i Sindacati, un tempo così forti da essere spesso determinanti nel gioco politico.
Ciò che ha rotto il sistema sono stati la globalizzazione e l’innovazione.
La globalizzazione ha comportato mutamenti straordinari nel pianeta, in materia di risorse, di tecnologie, di mercati e di popoli. A fronte di questi mutamenti il ricorso agli strumenti tradizionali del passato si è rivelato praticamente fallimentare. Oggi il mercato è il mondo ed è obiettivamente difficile arrivare a una razionalizzazione del sistema. Se nell’ex Unione Sovietica la programmazione industriale e agricola faceva acqua da tutte le parti, a maggior ragione sul piano multi-continentale non è possibile razionalizzare gli scambi.
La stessa liberalizzazione delle tariffe accentua questa mobilità del capitale e delle merci. L’idea trumpiana di chiudersi in un sistema nazionale teoricamente autosufficiente incontra limiti insormontabili, come si è visto nel caso della General Motors, costretta a chiudere 14 stabilimenti negli Stati Uniti e a spostarsi all’estero perché le tariffe americane d’importazione dell’acciaio e dell’alluminio sono troppo elevate. La protezione del sistema americano tende a soffocare un’industria, come quella dell’automobile, che ha per mercato il mondo e si colloca là, dove maggiori sono le sue convenienze produttive.
L’innovazione, a sua volta, allunga i suoi tentacoli in un futuro imprevedibile. Le nuove sfide della digitalizzazione hanno travolto le vecchie professioni, creato nuove capacità, nuovi lavori, in una fase ancora di transizione per arrivare alla robotizzazione di grandissima parte del lavoro manuale e del lavoro delle macchine.
Ciò ha sconvolto gli schemi tradizionali. La classe operaia è pressoché scomparsa, l’agricoltura si è profondamente trasformata in industria agricola, la borghesia, duramente vessata sotto il profilo fiscale, è in fortissimo arretramento.
Oggi, ma soprattutto nel prossimo futuro, ci sarà un livellamento delle posizioni sociali che sta già portando a uno schieramento sociologico molto diverso rispetto al passato. Da una parte ci sono i poveri o i quasi poveri, dall’altra c’è una classe emergente, che sarebbe difficile definire borghese, quella dei rampanti adusi ai nuovi lavori e alle nuove professioni, che non sono minacciati dall’avvento della robotica e delle stampanti tridimensionali, ma che di queste diavolerie sono gli utilizzatori.
Si comprende facilmente perché, dunque, i Sindacati siano ormai ridotti a gestire i pensionati e i partiti tradizionali siano spiazzati da questa nuova realtà che non conoscono affatto.
La classe dei quasi poveri oggi accomuna la maggioranza della popolazione occidentale. Le loro istanze sfociano in movimenti ribellistici (che si travestono da populismo o da nazionalismo) o nel dissenso elettorale, perché non trovano risposta nel sistema democratico attuale. Sono le cellule impazzite di un corpo sociale che si sta trasformando sempre più rapidamente, mentre il corpo sociale tradizionale perisce sotto un cumulo di carte, leggi e decreti, che invece di facilitare la vita della gente la complicano. È un po’ come schierare le divisioni in quadrato, aspettando la cavalleria, mentre il nemico non c’è, è molto lontano, e intanto piovono missili che fanno strage.
La crisi della Destra non si risolve nel ritorno a un passato che non esiste più, così come quella della Sinistra, tentata da ricorrenti nostalgie operaistiche. Quei mondi sono finiti, morti e sepolti. Nessuna nostalgica restaurazione della vecchia classe politica può avere un futuro.
Non è facile riconvertirsi. L’operaio che faceva il fresatore non si adatta alla manovra o al controllo del robot che fresa per lui. Ha un’altra mentalità radicata dal tempo e dalla consuetudine a un lavoro ripetitivo. Così il politico dei tempi andati ha difficoltà enormi a capire le nuove realtà che dovrebbero affrontare, che non comprende, e non ha gli strumenti formativi per gestirli.
Per questo le prossime primarie e il congresso del PD, come le assise “oceaniche” che sta organizzando Forza Italia, mi sembrano inutili conati alla ricerca della felicità elettorale perduta.

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Ritratto di Stelio W. Venceslai

Biografia

Stelio W. Venceslai, nato a Bologna, risiede a Roma, cittadino del mondo, conferenziere, polemista, scrittore, imprenditore, commentatore radiofonico.
Laureato in Giurisprudenza, revisore dei conti e docente universitario ha ricoperto numerosi ruoli nell’ambito dell’Amministrazione dello Stato e di alcune Organizzazioni internazionali.
Attualmente, s’interessa di ricerche sociologiche, filosofiche e storiche, con particolare riferimento al Medioevo e alle mutazioni sociali del nostro tempo.
Ha collaborato e collabora con numerose riviste, nazionali e internazionali, di diritto dell’economia, politica economica e politica estera.