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La società della morte

L’attentato di Strasburgo risveglia i neri fantasmi del terrorismo in Europa.
Fra le stupidaggini di Natale e le sciocchezze governative, fra l’insulsaggine riottosa dell’Unione europea e i colpi di testa di Trump, ci eravamo dimenticati dei pericoli veri dell’Occidente.
L’Occidente è in guerra, una guerra strisciante, silenziosa, impietosa, contro un nemico inafferrabile, che può colpire in qualunque momento, in qualunque luogo, con qualunque arma.
È un nemico che uccide, non importa chi, giovane o vecchio, uomo o donna, colpevole o innocente. Uccide, forse non sa neppure perché come le sue povere vittime. Uccide motivato da un odio sfrenato verso tutto ciò che sa di occidentale, di moderno, di civile, di evolutivo, meglio ancora se sa di cristiano.
Quando non uccide alla cieca, se la prende con il passato, taglia la testa alle statue, distrugge antichissime vestigia della storia dell’umanità, vede nell’azzeramento di ogni valore civile l’esaltazione del proprio radicalismo religioso. Il sogno del terrorismo è un’Europa coperta di cadaveri, dove trionfa la brutalità degli assassini.
Un attentato riuscito, più morti fa è una festa. L’odio si alimenta con la stupidità e l’incultura e la complicità buonista di chi non crede che sia in corso una guerra mortale fra chi crede nei valori della vita e chi, invece, in quelli della morte.
La conosciamo, ormai, la società della morte.
Uomini barbuti con il kalashnikov tra le mani, donne velate o cancellate dal burka, bambini cenciosi e affamati, le scuole distrutte o, comunque, vietate al genere femminile, cancellate la storia, la musica, il cinema, le arti visive e la pittura, tagliate le vigne, nessun diritto civile, nessun diritto umano, ma solo il balbettio di pseudo regole coraniche, interpretate nel modo più comodo per gli assassini.
Il folle disegno di esportare l’islamismo radicale in tutto il mondo attraversa il pianeta, in Africa, in Asia, in Europa. Occorreranno milioni di morti innocenti perché si realizzi. Nel frattempo, il lavoro è solo artigianale. Si spara nel mucchio. Più gente c’è meglio è, il terrore si alimenta con il maggior numero di morti possibile.
Siamo tutti nel mirino di un terrorista, anche se la morte di un uomo non risolve nulla, anche se non c’entra niente con le grandi evoluzioni della storia, anche se è uno che cerca di capire e non di odiare, anche se è un semplice turista o un padre che porta in braccio i bambini a visitare un Luna Park. Vanno ammazzati.
A fronte di tutto ciò come si difende l’Occidente? Con i distinguo: non tutti i musulmani sono terroristi. È vero. La religione islamica non è una religione di morte. È vero. I diritti umani vanno rispettati anche nei confronti dei terroristi: niente pena di morte, niente tortura, nessuna rappresagli. È giusto. Cerchiamo di capire le loro ragioni, perché dovrebbero averle, oppure sarebbero tutti degli psicopatici. È ragionevole. Dobbiamo far finta di nulla e continuare nelle nostre faccende perché se cambiassimo daremmo ragione ai terroristi che vogliono proprio questo. Ecco, questa è una sciocchezza pericolosa.
I distinguo non sparano. Servono a discutere e intanto la gente muore. Siamo così comprensivi verso il nemico che dimentichiamo di esserlo nei confronti delle vittime. E il terrorismo cresce, rialza la testa dopo un poco che non se ne parla più, s’insinua nelle nostre città, si alimenta nelle periferie, parla la nostra lingua, si enfatizza nelle nostre moschee.
I nostri problemi sono altri: le regole vecchie del Trattato di Dublino, il cambio della Merkel, le difficoltà della signora May, le bizzarrie pericolose di Trump. Da noi sono i contrasti della triade al governo, l’impotenza delle opposizioni, il disfacimento del PD. In Francia, i gilet gialli che danno filo da torcere a Macron, in Austria e in Germania l’ascesa dei partiti di destra, lo statalismo ungherese, le pretese di Putin sull’Ucraina, il caos in Libia.
Sono tutte questioni interessanti che verranno al nodo delle elezioni europee. E intanto la gente muore perché l’Occidente è incapace di difendersi e di reagire, perché non ci si rende conto che siamo in guerra, una guerra diversa da tutte le altre, una guerra civile che si traveste da guerra di religione ma che è solo il portato di un odio ingiustificato.
L’attentatore di Strasburgo ha lasciato detto che intendeva vendicare i suoi fratelli siriani. Con la morte di un turista thailandese che visitava curioso i mercatini di Natale con la moglie? Con un giovanotto aspirante giornalista universitario che giace in un letto d’ospedale con un proiettile nella nuca? Che glene viene ai fratelli siriani? Nulla.
Questa seminagione di odio non può che generare altro odio, altro dolore. Per l’Occidente, per tutto il mondo civile, questa follia omicida, pseudo religiosa, è il nemico vero da combattere e da distruggere. Tutto il resto è niente. Vinca pure chi può alle elezioni, ma se l’Europa non si difende, non avrà nessuna importanza chi avrà la maggioranza.
Allah Akbar sovrasta qualunque ragione, acceca la mente dei terroristi, ma non di chi ragiona. Noi siamo contro la società della morte.

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Ritratto di Stelio W. Venceslai

Biografia

Stelio W. Venceslai, nato a Bologna, risiede a Roma, cittadino del mondo, conferenziere, polemista, scrittore, imprenditore, commentatore radiofonico.
Laureato in Giurisprudenza, revisore dei conti e docente universitario ha ricoperto numerosi ruoli nell’ambito dell’Amministrazione dello Stato e di alcune Organizzazioni internazionali.
Attualmente, s’interessa di ricerche sociologiche, filosofiche e storiche, con particolare riferimento al Medioevo e alle mutazioni sociali del nostro tempo.
Ha collaborato e collabora con numerose riviste, nazionali e internazionali, di diritto dell’economia, politica economica e politica estera.