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Più Stato, meno Stato e il debito pubblico

Alcuni principi di fondo del nostro comune vivere civile nel tempo sono stati stravolti.
C’è un’etica della responsabilità che, troppo spesso, viene dimenticata. La nota che segue ci richiama ai fondamenti della società democratica nella quale viviamo.
Poiché condivido in toto le argomentazioni che seguono, di un amico di antica data, credo che sia utile ed opportuno rammentarle un po’ a tutti.

Quando i coloni americani, nella loro corsa verso il Far West, cominciarono a fondare e popolare nuove cittadine, si accorsero ben presto che per garantire l’ordine occorreva uno sceriffo e magari anche qualche aiutante; decisero di versare un po’ di dollari a testa per pagarne gli stipendi e permettersi il servizio di cui avevano il bisogno. Se sceriffo ed aiutanti non erano all’altezza del compito assegnato ovvero se in zona c’erano più o meno fuorilegge e crimini, essi potenziavano o riducevano l’organico in funzione delle necessità e della capacità contributiva della comunità.
Quegli stessi cittadini constatarono che occorreva un giudice per gestire le controversie , un becchino che seppellisse le vittime delle sparatorie, uno spazzino che pulisse le strade. Per ognuno di questi ruoli, come per molte altre necessità, gli abitanti del posto si riunirono in assemblea per decidere se e quante figure occorrevano e come ripartirne l’onere: in qualche caso, se la spesa non era sostenibile, perché eccessiva per le loro tasche o inadeguata alle loro necessità, si rinunciava al servizio, individuando soluzioni alternative che vedevano coinvolti tutti gli interessati. Tipica, al riguardo, l’organizzazione anti-incendi che abbinava a pochi pompieri di ruolo, l’aiuto dell’intera cittadinanza in caso di bisogno.
Versare più dollari era motivo d’orgoglio, perché testimoniava il maggior peso sociale e l’importanza del contributo prestato alla comunità e questo atteggiamento è ancora molto diffuso nella società statunitense.
Qualcosa di analogo accadde in epoca moderna nei condomìni, dove il fenomeno è ancor più evidente nei complessi e nei comprensori con centinaia di appartamenti e villette. I proprietari, quando si resero conto che occorrevano amministrazione, pulizie, manutenzione, sicurezza e che conveniva disporre delle corrispondenti professionalità a tempo pieno, si riunirono in assemblea per scegliere gli uomini ed esaminare l’opportunità e l’entità della spesa che sarebbe ricaduta sulle loro spalle. La tassazione nacque da una libera scelta e da un’attenta valutazione sul dare e sull’avere.
Anche in questo caso non fu l’ineluttabile fato o, peggio, il medioevale capriccio di un signore a fissare gli importi dovuti ed i loro destinatari, anzi questi ultimi avevano hanno, o dovrebbero avere, ben chiaro che l’insoddisfazione degli utenti mette a rischio il proprio posto di lavoro.
Da notare che in Italia, per non correre questo rischio, il mondo pubblico, ovvero l'insieme di coloro che sono al servizio della comunità, ha deciso di non essere licenziabile a prescindere dal rendimento del singolo e dal fabbisogno delle unità operative; anzi si è assegnato prebende e regole che sono spesso migliori di quelle dei loro datori di lavoro.
Gli esempi su riportati servono a ricordare al lettore, secondo uno schema un po’ semplificato ma di più facile comprensione, che tutte le società organizzate sono caratterizzate da due categorie di lavoratori: quelli che pagano per ottenere dei servizi comuni (istruzione, sanità, giustizia, sicurezza…) e quelli che sono pagati per fornire i suddetti servizi. Nel “condominio Italia” i primi sono tutti coloro che, attraverso le imposte, versano nelle casse dello Stato parte del proprio reddito, ricavato dalle più varie attività di lavoro autonomo (contadini, commercianti, artigiani, liberi professionisti…) o prestato come dipendenti di società private (operai, impiegati, dirigenti….). I secondi sono tutti coloro che attingono stipendi e compensi vari dalle casse dello Stato (onorevoli, amministratori locali, magistrati, professori, pubblici dipendenti e così via).
Non tragga in inganno il fatto che anche questi ultimi pagano delle tasse: se il loro stipendio lordo è 100 e ne pagano 40 di imposte varie, in termini concreti hanno comunque prelevato 60 dalla cassa comune. Né deve trarre in inganno il fatto che per molto tempo i secondi, ispirandosi ad una tradizione feudale, hanno fatto credere ai primi che i ruoli fossero invertiti, come se i primi fossero al servizio dei secondi. In altre parole l’intera categoria del pubblico impiego, dai ruoli più prestigiosi e remunerati a quelli più semplici e sottopagati, esiste e si giustifica nella misura in cui fornisce un servizio a tutti gli altri cittadini: sono questi ultimi che li pagano e ne determinano numero ed attribuzioni, anche se i necessari processi di delega hanno troppo spesso fatto dimenticare i rispettivi ruoli.
Queste premesse sono necessarie per poter affrontare più consapevolmente uno dei temi politici più attuali e gravidi di conseguenze: se in Italia debba esserci più Stato (lo Stato sociale) o meno Stato (lo Stato liberale). Come spesso accade ciascuna delle due strategie presenta dei pro e dei contro. Ad esempio “meno Stato”, che privilegia l'iniziativa e la meritocrazia dei singoli, ha dimostrato che in mancanza di correttivi la ricchezza si concentra nella mani di pochi creando fasce crescenti di povertà e riducendo al lumicino il cosiddetto ”ascensore sociale”.
A sua volta la formula “più Stato”, che dovrebbe teoricamente consentire un’ ottimizzazione delle spese ed una più equa ripartizione del carico contributivo, si è rivelata una soluzione costosissima: gli amministratori del “condominio Italia”, valendosi delle deleghe ricevute, hanno deciso di aumentare stipendi, spese, personale a prescindere dalla qualità e quantità dei servizi offerti agli utenti-cittadini, né si sono chiesti se questi potessero permettersene i costi ed addirittura se glieli avessero commissionati. Cosicché i condòmini si sono ritrovati con un debito di oltre 4.000.000.000.000.000 di lire che non sanno come e quando pagare (i quindici zeri delle vecchie lire rendono meglio l’entità della cifra) tanto è vero che l’argomento viene accortamente trascurato nei programmi elettorali nonostante sia un problema prioritario. Persino le cambiali che papà Stato ha firmato per accontentare i suoi 60 milioni di figli vengono maliziosamente definite BOT e si parla di aste e di investitori laddove i cittadini capirebbero meglio se si parlasse di cambiali in scadenza e del disperato bisogno di farle rinnovare ai creditori. Sarebbe imbarazzante richiamare l'attenzione sulla scellerata gestione economica dell'Azienda Italia e sui privilegi che gli amministratori si sono elargiti: in un'azienda privata, o comunque guidata dal buon senso, i dirigenti da tempo sarebbero stati licenziati.
Cosicché, invece di discutere, come in tutte le famiglie, di ciò che ci si può permettere e di quel che non ci si può permettere sulla base dei numeri e delle esperienze, o meglio sulle entrate e sulle uscite, i politici litigano sulle responsabilità, discettano sui principi teorici e su ciò che si ritiene più giusto, con poca attenzione alla situazione reale, alle conseguenze pratiche, al futuro. Per ingraziarsi i cittadini li ricoprono di diritti e dimenticano di richiamarli ai propri doveri.
In questo contesto, per non evidenziare le cause del disastro economico e sociale che hanno provocato, evitano accuratamente di spiegare a coloro che li hanno incaricati di gestire la comunità come e chi pagherà un giorno le famose cambiali.

Celestino Grassi

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