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Un mare vuoto

Il nostro mare è vuoto.
Una politica dissennata e apparentemente democratico-populista ha bandito le navi di lusso, i panfili da crociera, ha reso più pesante la tassazione sugli aeromobili privati e sulle imbarcazioni. Roba da ricchi. Vanno tassati e se scompaiono è ancora meglio.
In conclusione: porti deserti, cantieri abbandonati, fornitori privi di commesse, disoccupazione qualificata.
In cambio, sulla costa francese e croata e slovena, ondeggiano i pennoni e le bandiere delle barche di lusso. La gente ricca si crogiola al sole bevendo un drink servito da camerieri in giacca bianca. Bandiere ombra. Non pagano le tasse e se la godono. I porti sono in fermento lavorativo. Tutti sono occupati, chi a portare fiori, chi cibi, chi attrezzature, chi olio combustibile.
Il nostro rigore pseudo socialista arricchisce gli altri e deprime il sistema economico nostrano.
Ci sono vari modi per castrarsi. I passati governi hanno scelto questo perché la ricchezza, nella loro mente, non è ricchezza che produce e dà lavoro, ma è una colpa. Come diceva Churchill, la democrazia è invidia.
Il nostro mare è vuoto, i traffici languono, solo le grandi navi da crociera (guarda caso italiane) attraccano dove possono per sbarcare gitanti festosi. Sono festosi perché, oggi, quindici giorni di crociera costano almeno la metà di quindici giorni in albergo, al mare o in montagna. Possedere una barca è un lusso sanzionato severamente. Chi appena avrebbe potuto, ci rinuncia, chi se lo può permettere, si registra all’estero. Quanto sviluppo abbiamo dato agli altri con i nostri soldi?
Facciamo un esempio diverso. Abbiamo scuole ed università non tanto male, nella media dei popoli del pianeta. Non siamo di certo i migliori e gli studi seri languono ma, almeno per la massa, sono una risorsa culturale. Spendiamo miliardi per gli edifici scolastici (anche se spesso fatiscenti), per pagare i docenti e per formarli, per dare ai nostri giovani formazione e cultura. Forse non sarà la migliore del mondo ma, pazienza, si fa quel che si può in attesa di una ennesima riforma. Spendono miliardi i genitori per comprare i libri, pagare le rette, iscriverli all’Università o ad un Master. Spendono anni preziosi i nostri giovani nello studio. Anche questo è un costo. Un patrimonio economico ed intellettuale senza pari. Poi, che succede? I meglio se ne vanno all’estero, spesso pilotati da Erasmus, e non tornano più. Abbiamo investito per gli altri. D’altro canto, quelli che restano, non trovano lavoro e, se va bene, solo un po’ di precariato. Il nostro è un fiume di denaro che esce senza ritorno.
Con il rigore social-populista abbiamo fatto e continuiamo a fare la stessa cosa con il nostro mare. Bello, bellissimo, straordinario, ma al mare ci vanno quelli che stanno sulla spiaggia. Il mare è vuoto.
Sembra incredibile che un Paese come l’Italia, che è un molo proteso nel cuore del Mediterraneo, un ponte quasi fra due continenti, non abbia porti decenti e moderni, non abbia un traffico mercantile adeguato alla sua posizione, che sia “marittimo” solo per modo di dire.
Le nostre merci vanno ad Amburgo e a Rotterdam via terra per essere di lì imbarcate per il mondo. Riceviamo le nostre forniture da Amburgo e da Rotterdam via terra, ma sbarcate da quei porti. Quanta ricchezza regaliamo ogni giorno ai nostri partners europei per l’ignavia e l’incompetenza dei nostri reggitori?
Quanti costi, quanta usura di uomini, di strade e di mezzi, quanto inquinamento ambientale si potrebbero evitare, riattivando le nostre rotte marittime?
Centocinquant’anni fa, la flotta mercantile del tanto vituperato Regno delle Due Sicilie era la seconda d’Europa, appena dopo quella inglese. E’ cambiato tutto, d’accordo, ma allora il mare era considerato fonte di vita e di ricchezza.
A guardare le nostre coste, ora, dopo il tripudio delle vacanze, il mare è vuoto. Qualche peschereccio al largo, al porto oscillano i pennoni delle poche barche ormeggiate. I proprietari ci vanno a dormire o a mangiare. Non ci navigano più. Troppi costi, troppe tasse.
La sciagura di Genova con il crollo del ponte ha strozzato il traffico del nostro più grande porto commerciale. Bisognerà riattivare i traffici, accorciare le percorrenze su strada. Ma potrebbe essere una grande occasione per riprendere in mano il dossier del mare e ripensare ad una politica diversa, d’incentivazione del lavoro marittimo e della ricchezza da attrarre nel nostro Paese.
Si parla tanto di turismo e d’investimenti esteri, che non arrivano, ma si potrebbe mettere mano ad una ristrutturazione del sistema per creare condizioni di accesso competitive con quelle degli altri porti europei.
Il molo vuoto o il mare vuoto sono una perdita secca di ricchezza per un Paese che cerca disperatamente di uscire dal ghetto della crisi e della disoccupazione.

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Ritratto di Stelio W. Venceslai

Biografia

Stelio W. Venceslai, nato a Bologna, risiede a Roma, cittadino del mondo, conferenziere, polemista, scrittore, imprenditore, commentatore radiofonico.
Laureato in Giurisprudenza, revisore dei conti e docente universitario ha ricoperto numerosi ruoli nell’ambito dell’Amministrazione dello Stato e di alcune Organizzazioni internazionali.
Attualmente, s’interessa di ricerche sociologiche, filosofiche e storiche, con particolare riferimento al Medioevo e alle mutazioni sociali del nostro tempo.
Ha collaborato e collabora con numerose riviste, nazionali e internazionali, di diritto dell’economia, politica economica e politica estera.