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Roberto Andò, l'importanza di essere testimone del proprio tempo

Il regista Roberto Andò
Centrale il suo rapporto d'amicizia con Leonardo Sciascia - suo mèntore - che lo spinge a scrivere, introducendolo giovanissimo nel mondo delle collaborazioni giornalistiche. Nel cinema compirà il suo apprendistato facendo da assistente a Francesco Rosi, che considera il suo maestro, Giacomo Battiato, Federico Fellini (E la nave va), Michael Cimino (Il Siciliano) e Francis Ford Coppola (Il Padrino parte III).

Il suo esordio nella regia avviene però a teatro, nel 1986, con uno spettacolo tratto da un testo inedito affidatogli da Italo Calvino, La foresta-radice-labirinto, una favola filosofica, messa in scena con i bozzetti di Renato Guttuso e la musica di Francesco Pennisi.
Parliamo del regista siciliano Roberto Andò, che abbiamo intervistato. Da due anni gli è stata anche affidata la direzione artistica della Fondazione Inda, il ciclo di Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa, e grazie al quale si è tornati a guardare di più al lato artistico e si pensa in grande per diventare un riferimento a livello italiano ed europeo.

- La sua formazione affonda radici profonde nella letteratura, centrale il suo rapporto di amicizia con Leonardo Sciascia. Quanto ha inciso la figura del grande scrittore nella sua professione di regista?

E’ sicuramente un’ispirazione importante perché già allora volevo scrivere oltre che fare cinema, è stato un incontro molto caloroso. Lo considero il mio maestro, gli devo anche questa sua determinazione nel farmi uscire da una mia ritrosìa. Lui, infatti, mi spinse a scrivere e mi introdusse in alcuni giornali, addirittura per un certo periodo feci il suo vice per una rubrica di cinema che lui aveva presso una testata. E’ di ispirazione il suo modo di essere artista e scrittore, ancora oggi si sente la sua mancanza. E’ stato, come Pasolini, un testimone del suo tempo e non ha mai smesso di essere ‘eretico’ rispetto ad atteggiamenti consolidati del potere o dell’opinione pubblica. Quindi, in questo senso, gli devo molto.

 - Sempre a proposito di Sciascia, la critica ha individuato una correlazione tra la sua pellicola del 2016 “Le confessioni” e il libro Todo modo. Possiamo parlare di punti di partenza per l’ispirazione del soggetto o di un omaggio al grande scrittore siciliano?

In realtà il collegamento è stato notato da alcuni critici, ma è una situazione molto diversa. Certo, anche nel film si ritrova un gruppo di potenti chiusi in un albergo, ma sono degli economisti ai giorni nostri. Mentre, invece, Sciascia raffigurò nel suo libro un gruppo di democristiani che facevano esercizi spirituali ed è abbastanza diverso. L’unica cosa in comune è la presenza di un monaco, ma nel caso del prete che c’era in Todo modo, interpretato poi nel film da Marcello Mastroianni, si trattava di un prete cattivo così come lo definì Sciascia, io invece ho messo in scena un prete buono. Il mio monaco è una figura del tutto positiva. Quindi se uno va in profondità nelle cose non c’è questa correlazione, se di correlazione vogliamo parlare è solo di tipo ambientale, in quanto ritroviamo un luogo chiuso. Ma le storie si sviluppano in modo totalmente diverso.

- Altra figura fondamentale nel suo percorso professionale è quella del regista napoletano Francesco Rosi, per il quale lei ha fatto da assistente nel suo iniziale apprendistato nel mondo del cinema. Che ricordo ne ha e cosa le ha lasciato in eredità?

La coerenza, a parte il grande esempio di cineasta che ha rappresentato. Anche lui ha lasciato un’opera che si può definire quasi di un civilizzatore, se si scorrono i titoli della filmografia di Rosi si può verificare che non ha sbagliato un colpo. Non è mai venuto meno ad un preciso disegno che era quello di smascherare il potere e creare personaggi , figure, intrecci che avessero a che fare con il crimine e con il rapporto tra il crimine e il cittadino o tra il potere e il cittadino. Questo fa sì che la sua opera sia imprescindibile se si vuol capire l’Italia e comunque è riconosciuta nel mondo. Così come anche per Sciascia, fondamentale la coerenza di un atteggiamento rispetto alla realtà, rispetto all’essere cittadino. Questa la grande lezione di Rosi, creare un ponte tra la realtà e l’immaginazione. Una vertigine che smascheri e riveli gli aspetti più nascosti della realtà. In questo senso ovviamente ognuno prende la propria strada, la mia non è una strada di realismo tout-court però c’è questa suggestione forte della realtà e questa voglia di incidere anche nel tema della politica. 

- La sua attività cinematografica si alterna a molte regie d’opera e teatraliDallo scorso anno lei riveste il ruolo di direttore artistico della Fondazione Inda e quindi del ciclo di Rappresentazioni classiche che si svolgono nel suggestivo Teatro Greco di Siracusa. Come sta vivendo questa nuova esperienza?

Siracusa è un posto che io amo moltissimo. Questo mi ha portato a venir meno all'impegno di non fare più nulla riguardante quel tipo di attività e che ho praticato molti anni fa. Invece sono tornato a farlo proprio perché questo luogo mi seduce e mi sembrava che meritasse un rilancio, quindi ho lavorato proprio in questo senso. E’ un teatro che ha delle potenzialità enormi e un pubblico che non esiste più, questo tipo di richiamo lo si può ritrovare forse solo a Verona e a Epidauro dove ci sono teatri simili. Mi sembrava importante ridare un segno molto preciso alle scelte di questo teatro, quindi sto cercando di fare questo. L’anno scorso è stato un enorme successo , la programmazione ha creato un pubblico nuovo e c’è stato l’incasso maggiore di tutta la storia dell’Inda. Anche per la commedia ho voluto scommettere, lo scorso anno ho infatti chiamato un regista molto importante come Giorgio Barberio Corsetti e gli ho chiesto di collaborare con due attori come Ficarra e Picone che hanno messo in scena ‘Le rane’ di Aristofane, che insieme alle due tragedie , è stato uno spettacolo di grande impatto. Questo è stato importante perché la commedia rappresenta il momento critico rispetto alla tragedia, oggi è più difficile rappresentare i codici della commedia antica, si sono persi alcuni passaggi e i riferimenti sono completamente diversi. Quindi spesso si fanno le commedie ma no si ride, non si ride come si rideva allora e per questo il successo de ‘Le rane’ è stata una grande soddisfazione. Quest’anno stiamo continuando a lavorare seguendo la stessa strada, da un lato avevo promesso di aprire anche a registi internazionali e ci sarà Yannis Kokkos, un greco cosmopolita che vive a Parigi, noto in tutto il mondo, che farà l’Edipo a Colono: la grande tragedia della vecchiaia dove Edipo, che è stato considerato un capro espiatorio nell’Edipo re, torna come Genius loci nella città che gli ha dato i natali. Poi abbiamo Eracle con Emma Dante, regista ormai di fama mondiale, che non era mai venuta a lavorare al teatro di Siracusa. Anche in questo è consistito il lavoro, cioè nel cercare di chiamare personalità che non erano mai venute e mi sembrava assurdo che Emma non fosse mai stata invitata a lavorare in questo teatro. Abbiamo finalmente concretizzato questa cosa con un Eracle che sarà sorprendente e tutto giocato al femminile, un’inversione rispetto a quanto accadeva nel mondo antico per cui il coro che allora era esclusivamente femminile in questo caso sarà esclusivamente maschile e gli attori principali saranno donne, o "femmine" come ama definirle Emma. Infine abbiamo la commedia I cavalieri, un testo di Aristofane che non si è mai fatto a Siracusa e sarà molto interessante perché farà vedere come le cose nuove in realtà sono vecchie, si mette in scena il populismo quello che oggi è sulla bocca di tutti. Il rapporto cioè di compiacenza del potere nei confronti del popolo. Gli attori dovranno restituire, nella linea di Ficarra e Picone, quei codici comici che nella commedia si erano un pò appannati.

- Lei, inoltre, cura la supervisione dell’attività dell’Accademia d’arte del Dramma Antico verificandone i programmi di studio e la proposta didattica così come svolge il ruolo di direttore didattico della sezione documentario del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Come vede i giovani e le nuove leve nell’affacciarsi professionalmente al panorama teatrale e cinematografico?

Chi si affaccia a quel ruolo lo fa pieno di speranze e sollecitazioni, si ritrova davanti un mondo molto più difficile  sia sul piano del costume che delle reali possibilità di mantener fede alle proprie speranze. Io ho avuto il privilegio di non venir meno a quello che volevo fare e questa è la cosa più difficile oggi, un po’ perché c’è un mercato che è molto più orientato su scelte commerciali e quindi non è semplice intonare la propria voce originale se non si ha la forza di dire 'no'. Quindi, da questo punto di vista, spesso è un percorso improvvisato e per quanto riguarda gli attori quello che manca è il percorso di studio che arrivi a formarli in modo tale che siano veramente in grado di affrontare pienamente il loro talento. In questo senso, ad esempio, nell’Accademia della scuola dell’Inda è importante che si faccia una svolta, quest’anno abbiamo un incremento di presenze di maestri riconosciuti della scena che verranno per delle sezioni ad insegnare e anche per cercare di far confrontare questi allievi con testi non solo antichi ma anche con culture moderne del mondo antico, e ce ne sono tante, quindi per formare anche attori in grado di fronteggiare i vari aspetti della tragedia moderna. Da questo punto di vista, mi sembra un mondo difficile, un mondo pieno di talenti ma certamente dove è più complicato riconoscere voci originali perché è molto più orientato il mercato e quindi molto facile che un giovane sia costretto ad adeguarsi a ciò che gli si chiede e non a intonare e rivelare la propria voce. Il problema è che la televisione ha un suo orientamento, il cinema vuole le commedie e alla fine tutto si somiglia, quello che invece ci vuole sono delle voci originali che ci sono ma è più difficile che emergano oggi più di quanto non lo fosse prima, quando esisteva meno questa ‘dittatura’ di un gusto.

- Riguardo il suo ultimo lavoro “Una storia senza nome”, che ha appena terminato di girare, cosa può anticiparci?

Ancora nulla, non più di quello che ho detto nelle prime dichiarazioni in proposito. E’ un film in qualche modo sul cinema ma che ha al centro questo episodio che è passato agli annali criminali e che è il furto della ‘Natività’ del Caravaggio che fu trafugato dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo nel 1969. Un film molto complesso dal punto di vista della struttura ma anche molto divertente.

- Come vede il cinema italiano di oggi?

Mi sembra un cinema che riesce a rinnovare una presenza nel mondo, ci sono film che girano il mondo quindi vuol dire che continua ad avere una propria voce. Quest’anno si sono fatti molti passi in avanti sul piano dei disegni di legge, devo dire che il ministro Franceschini ha fatto un grande sforzo di riorganizzazione che credo darà i suoi frutti sia per quanto riguarda la sollecitazione alla qualità del cinema medio, sia sul piano della fruizione delle opere, perché molto spesso questi film non vanno in televisione e invece ora con questo nuovo disegno di legge ci saranno delle quote di cinema italiano obbligatorie in tv. Questo crea, da un lato, un atto di responsabilità da parte degli autori, cioè di fare dei film che meritino di essere passati in televisione e dall’altra un obbligo culturale da parte delle emittenti. C’è da considerare che viviamo un momento in cui il cinema nella sua fruizione in sala è in pericolo ovunque, i giovani soprattutto ma anche la mia generazione preferiscono fruire i film in casa. Quindi i film si vedono ma si guardano in altro modo e si tratta di riorganizzare un po’ tutto il sistema in altro modo.

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Ritratto di Simona Russo

Biografia

Ha studiato Conservazione dei Beni Culturali a Pisa. È giornalista pubblicista, si occupa di digital marketing nel settore food&beverage e collabora con la rubrica di spettacolo e cultura.