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Bivona, Ignazio Cutrò e la sua grande battaglia di civiltà

Bivona, Ignazio Cutrò e la sua grande battaglia di civiltà
Quella che leggerete è la storia di un uomo che nel suo piccolo ha cercato di cambiare le cose: il suo nome è Ignazio Cutrò. Nato a Bivona, nell’entroterra siciliano, ha sempre avuto del lavoro un’idea quasi sacra come fin da piccolo gli aveva insegnato suo padre che lavorerà fino all’ultimo secondo della sua vita. Prima di diventare un imprenditore, Ignazio lavora in una piccola radio locale e fa il Dj.

“E’ da lì che è nata l’idea con un altro amico mio di aprire una delle prime associazioni antiracket in Sicilia, Arte e Mestiere, nel 1983-84, e abbiamo reclutato tutti gli imprenditori e i commercianti del paese perché si vociferava che a quel tempo i commercianti avevano qualche problemino e venivano pressati. Noi dicevamo a quei commercianti che qualunque problema avessero avuto di usura o richiesta di pizzo che ce lo dovevano dire e noi li avremmo accompagnati a fare le denunce”, mi racconta da dove tutto ha preso forma.

Le mafie agrigentine
Una delle particolarità mafiose presenti nella provincia di Agrigento è la contrapposizione della Stidda a Cosa nostra. La Stidda è una organizzazione criminale nata negli anni Ottanta tra le province di Agrigento e Caltanissetta, una sorta di sotto-gruppo i cui capi erano coloro i quali erano stati espulsi da Cosa nostra durante la seconda guerra di mafia, legati ad esempio all’allora boss di Riesi Giuseppe Di Cristina che insieme a Pippo Calderone, boss di Catania, volevano distruggere Riina e i Corleonesi.
Anche se “Cosa nostra continua a rivestire un ruolo si supremazia”, come conferma la seconda relazione 2017 della DIA, la Stidda “ad oggi è presente soprattutto nei territori di Bivona, Camastra, Campobello di Licata, Canicattì, Naro, Palma di Montechiaro, Favara e Porto Empedocle”. Bivona, (insieme a Santo Stefano Quisquina, Cianciana, Alessandria della Rocca, Santa Elisabetta, Acquaviva Platani, Casteltermini, San Giovanni Gemini, Cammarata e Sant’Angelo Muxaro) è compresa anche nell’area dove opera quella mafia definita della bassa quisquina, sotto l’influenza del mandamento della Montagna di Cosa nostra “sorto per l’egemonia esercitata da quello di Santa Elisabetta sulle compiacenti famiglie dell’area montana agrigentina”. Bivona perciò è come se rappresentasse un crocevia per gli affari delle due mafie e chiunque cerchi di ostacolarli rischia grosso.

​Cinque anni dopo l’esperienza in radio e con l’associazione antiracket, divenuto un costruttore, Ignazio apre la sua ditta. Mi dice che nonostante si sia sempre occupato di legalità, non avrebbe mai immaginato di incontrare la mafia nel suo cammino perché il suo comportamento non era dettato dalla sfida ma da un senso profondo di giustizia. “Non ho fatto niente di male, noi in questi anni abbiamo perso tutto ma la dignità no, le nostre denunce le abbiamo fatte per dignità” mi dirà poi.
​Ma i racconti a mente fredda seguono un filo cronologico e nel momento in cui siamo Ignazio non ancora ricevuto minacce né intimidazioni. Dovrà attendere dieci anni perché questo avvenga.

Quando la vita cambia in un attimo
​La mafia non riesce ad avvicinare Ignazio perché a Bivona che è un piccolo paese il cui tessuto sociale allora era molto omertoso, ci si conosceva tutti e ragazzi come lui uscivano anche con i carabinieri, senza badare alla divisa. Senza che avesse mai pagato un centesimo, “nell’ottobre del 1999 mi bruciano la pala meccanica. Il loro obiettivo era di portarmi o ad andarmene, o ad andarli a cercare… perché in paese si sapeva su per giù chi era, cosa poteva essere”. Invece lui non si piega. “La prima denuncia l’ho fatta accompagnato da mio padre e non lo potrò mai dimenticare”. In Contrada Campotino, un incendio doloso per cui denuncerà ignoti.
​La pala meccanica per lui non rappresentò un monito per andarsene, ma anzi un riscatto. “L’acciaio era diventato come quando uno prende un poco di pasta e l’accartoccia: si era fuso. Per riprenderlo quindi ci volevano un sacco di soldi. Allora mi sono fatto due conti: non mi sentivo di abbandonare quella pala meccanica, perché per me è come un amico, che uno si trova in guerra e viene ferito, che fai lo lasci lì per terra? Io e mio figlio, che aveva 9 anni, ce lo siamo sistemato in un anno. Il giorno che abbiamo sistemato tutto, mio figlio mi fa: ‘papà l’accendiamo?’ Gli dico che è impossibile farla ripartire… Ci fanno provare, Giuseppe gira la chiave e quella pala si accende. Come se aspettava di ritornare, che non era mai stata uccisa. Mi rimaneva solo scendere in paese, giusto per informare quelli dall’altra parte”.
​Non tutti i ragazzi del paese con cui è cresciuto sono rimasti suoi amici. Non lo è stato l’ex compagno di banco Luigi Panepinto, che insieme al fratello Maurizio, saranno condannati per associazione mafiosa ed estorsione nell’ambito del processo denominato “Face Off”, condanne confermate dalla Cassazione nel 2013. Un processo questo che inizierà nel 2008, ben sette anni dopo le denunce fatte da Ignazio, moltissime a suo dire. Poco dopo aver avuto un altro attentato, nel 2011 diventerà testimone di giustizia. E lì comincerà un’altra battaglia: “Nessuno mai si era chiesto che vita facessero questi testimoni di giustizia, nessuno si chiedeva che fine facessero questi testimoni quando uscivano dal programma, senza reinserimento lavorativo non avevano un futuro: chi impazziva, chi moriva di fame, allora io ho incontrato tantissimi testimoni e l’idea che mi era venuta era quella di fare una legge e ci siamo riusciti”.

La battaglia per i testimoni di giustizia
La collaborazione con la magistratura non gli farà più ricevere commesse e il suo lavoro nell’edilizia pian piano si fermerà. Molti imprenditori come lui a Bivona avevano subito atti intimidatori le cui indagini delle forze dell’ordine erano sfociate appunto nell’operazione antimafia, poi divenuta processo, “Face Off”.

​Se è vero che attualmente le principali misure di protezione alle quali sono sottoposti i testimoni di giustizia (diverso dai collaboratori che sono invece i pentiti) consistono nella possibilità di essere trasferiti in luoghi protetti, possono avere diritto misure di vigilanza giornaliera o a forme di tutela armata. Il regime di protezione e assistenza potrà estendersi anche ai parenti e a coloro che risultino esposti a pericolo. Le abitazioni potranno essere sottoposte a video-sorveglianza e allarme; a seconda del grado di pericolo, il programma predisporrà misure straordinarie, come può essere il rilascio di documenti di copertura, anche di carattere economico. La tutela, inoltre, è stabilito che si protragga fino all’effettiva cessazione del rischio. All’inizio però le cose non erano così limpide. “Cerano dei vuoti legislativi per cui il testimone che rimane nella propria terra non riceve nessun tipo di mensilità, non ha diritto a capitalizzazione, soltanto la tutela… e per questo giustamente le persone non erano neanche invogliate a rimanere sennò perdevano tutto”, mi spiega Ignazio.
​Dopo aver creato la prima associazione nazionale dei testimoni di giustizia, di cui lui ricopre la carica di Presidente, e dopo aver creato un’altra associazione antiracket sul territorio “Libere Terre”, si impegnerà insieme ad altri affinché la sua idea venga alla luce. La bozza presentata piacque all’allora Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta che la farà diventare legge regionale: “L’assunzione dei testimoni nella Pubblica Amministrazione, i testimoni siciliani sono quasi tutti assunti, in cui faccio parte pure io… rinunciando a fare l’imprenditore”. Ma la battaglia doveva continuare, superare i confini dell’isola e diventare legge nazionale. Nel 2014, sotto il Governo Letta, viene fatto il decreto. “Avevamo vinto, 10 a 0 contro la mafia. Solo che il decreto attuativo sul futuro dei testimoni è stato fatto dopo quasi tre anni! Loro, quello che non si rendono conto è che il nostro peggior nemico è il tempo, noi non abbiamo tempo da aspettare loro sì. La mafia non dimentica, le istituzioni sì”.
In quello stesso 2014 pubblicherà un libro intitolato proprio “Abbiamo vinto noi”, tra le pagine citava Domenico Noviello con lo spauracchio che potesse fare anche lui la stessa fine: “Era un testimone di giustizia che dopo che lo Stato aveva fatto come hanno fatto con me, perché le Istituzioni prima o poi ti abbandonano e ha detto che non rischiava la vita, dopo qualche mese è stato ammazzato barbaramente dalla camorra. Ora alla famiglia rimane una medaglia d’oro al valor civile, ma che se ne fanno?”

​Un anno prima, nel 2013, aveva chiesto all’On. Rosy Bindi che si era appena insediata all’antimafia perché non esistesse una sotto commissione, nella commissione antimafia, che si occupasse dei testimoni di giustizia. “A febbraio 2014 nasce il quinto comitato, sotto commissione dei testimoni di giustizia. Da lì cominciamo a lavorare per la 3500 (poi diventata legge n. 6 dell’11 gennaio 2018, ndA.), finalmente i testimoni di giustizia non siano più una costola dei collaboratori ma che abbiano una legge che gli riconosca lo status di testimoni”.
​Per un’ironia della sorta, Ignazio proprio l’11 gennaio 2018 riceve una notizia, una decisione che il TAR del Lazio aveva preso a dicembre, pochi giorni prima che la legge venisse votata all’unanimità. “Mentre in prima battuta mi avevano dato ragione, in seconda battuta mi fanno uscire fuori dal programma. Perché ero diventato un “nemico”, uno che dà fastidio, ma io non avrei abbandonato mai i miei compagni di viaggio”.

​Successivamente, il 22 gennaio 2018, i carabinieri coordinati dalla Dda di Palermo porteranno a termine una grande operazione, denominata “Montagna”, di contrasto alla mafia: 56 arresti per aver chiesto il pizzo ad alcune attività commerciali e a due associazioni che gestivano l’accoglienza dei migranti, per aver condizionato con i voti di Cosa nostra l’elezione del Sindaco di San Biagio Platani, Santo Sabella, per traffico di droga e rapporti con altri clan siciliani e ‘ndrine calabresi. I giornali scrissero che l’operazione aveva disarticolato i mandamenti di Sciacca, Santa Elisabetta e sedici famiglie mafiose della provincia agrigentina.
​Dall’operazione usciranno fuori anche delle intercettazioni. “Il presunto boss Giuseppe Nugara [da maggio scorso al 41 bis, ndA.] che andando a trovare il boss Spoto e parlando con un’altra persona dicevano che mi avrebbero ammazzato al momento che lo Stato mi toglieva la scorta, c’era solo da aspettare. E neanche due mesi dopo, il 9 aprile 2018, il prefetto di Agrigento toglie la scorta alla mia famiglia e a me dal terzo livello, cioè dalla macchina blindata, mi passa alla macchina normale. Io da quel momento ho rifiutato qualsiasi forma di tutela”. Sulla carta ancora ce l’ha la tutela, ma di fatto lui cammina da solo. “Che uomo sarei io se accettassi quella scorta sapendo che la mia famiglia è in balia dei mafiosi?” chiede e si chiede.

​Intanto, il 6 agosto scorso, a Contursi Terme, in provincia di Salerno, gli è stato assegnato dal Sindaco Alfonso Forlenza e dal presidente dell’associazione Joe Petrosino il premio per la legalità per il suo impegno civile contro la mafia. Va avanti anche se “a luglio scorso, denunciando entrambi gli episodi alle autorità, mi sono ritrovato delle persone a casa e non ho ricevuto a oggi una chiamata da parte di nessuna istituzione, neanche il servizio centrale di protezione! Ci sono delle perizie fatte dallo Stato sulla mia persona che sono scomparse, ancora devo ricevere i danni, sono perseguitato dallo stesso Stato e dalle banche, le tasse non pagate perché essendo nel programma non ho avuto più commesse da imprenditore e quindi sono fallito perché la gente non mi ha chiamato più”. Stanco, inquieto, ma mai tanto da arrendersi. Infatti, ripete sempre che sono i mafiosi a doversene andare dalla loro terra e non le persone per bene come lui e come tutti gli imprenditori e i commercianti che si sono trovati costretti a denunciare.

“La politica si deve rendere conto che la lotta alla mafia non ha un colore politico, la lotta alla mafia è una lotta di tutti, di ogni singolo cittadino, perché la politica non è lo Stato ma le Istituzioni, lo Stato siamo noi la gente. Oggi nessuno può dire che non vivo con paura, vivo con molta paura però vivo da uomo libero e cerco di godermi ogni secondo della mia vita”.

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Ritratto di Valentina Tatti Tonni

Biografia

Valentina Tatti Tonni nasce a Roma nel 1991, mentre si laurea e prende due master in reportage di viaggio e relazioni internazionali collabora con varie testate cartecee e online perseguendo il Giornalismo come una missione umanitaria. Si interessa di antimafia, diritti umani e buon cibo.