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A Siracusa Jvan è cresciuto nella legalità, ma quando denuncia la mafia viene isolato “Ci hanno minacciato davanti ai miei figli con le pistole”

Jvan è stato operaio della Isab Srl per sei anni, nel complesso industriale di Siracusa, ma non vi lavora più dal 4 marzo 2015. “Nessuno punterebbe un euro su una persona che ha denunciato”, mi dice mentre mi racconta la sua storia.

Via Italia 103
Da ragazzino abitava in un quartiere popolare di Siracusa, Via Italia 103, vicinissimo al Parco Robinson dove nel novembre scorso ci sarebbe stata una riunione tra i maggiori esponenti dei clan mafiosi che detengono le piazze di spaccio.
E’ un quartiere difficile ed ogni città ne ha uno, ma Jvan al primo anno di liceo classico ha ben chiara l’idea di non voler appartenere ad un mondo fatto di violenza, di prepotenza e di illegalità. “Vivevo a un piano di distanza da Luciano De Carolis [detto “Ciano u nano”, verrà condannato per il reato di associazione mafiosa e arrestato l’8 giugno scorso per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso di un esercizio commerciale, un bar che sembrerebbe appartenere a persone i cui parenti sarebbero pentiti di mafia del suo stesso clan, ndA.] e al liceo dissi subito a mia mamma che lì non ci potevo stare, non era ambiente per me. Pur conoscendoli tutti, io sono orgoglioso di conoscerli perché sono orgoglioso di non aver preso quelle sembianze e quel tipo di vita che loro hanno scelto, perché si sceglie di essere dei delinquenti non è la strada che ti ci porta”. Sua madre capì di quale pericolo si trattava e così lasciarono la casa popolare andando via dal quartiere.

Uno dei fratelli di Jvan è “difficoltoso” ed è fin troppo affascinato dai modi arroganti che hanno i delinquenti, quell’aria impunita e strafottente da padroni del mondo, un’astrazione che intuì poter essere molto rischiosa. Così nell’agosto del 2013 decise di aprire insieme ad altri suoi colleghi d’azienda un centro ricreativo, un luogo dove rilassarsi e stare tutti assieme in amicizia, da poter far gestire proprio a suo fratello con la speranza di toglierlo dalla strada.
Le cose prenderanno una piega ben diversa.
Un suo collega oggi imputato, tale Luca Vella, socio dell’attività ricreativa, intravide in quel luogo una fonte di guadagno e una copertura ai traffici illeciti che aveva in mente. In poco meno di 45 giorni la vita di Jvan diventò un incubo. “Lo farà diventare un centro scommesse non legale, portando dentro questa società personaggi scomodi della malavita siracusana. Ci arriva pure la droga e allora io mi ribello”. Con la ribellione arrivarono le minacce e le intimidazioni. Poi l’avvertimento a uno dei suoi fratelli che ha un negozio per parrucchiere: dopo aver inutilmente preteso un pizzo dagli 8 ai 60mila euro, gli incendieranno l’ingresso del locale. “La dovevo smettere. Sono stato chiamato, prelevato e portato dinnanzi a loro più volte per sistemare la situazione. Molte volte sono andato via da Siracusa per paura… ci hanno minacciato davanti ai miei figli con le pistole”.
Gli atti intimidatori sarebbero cessati se Jvan si fosse deciso a corrispondere quel pagamento, di cui una parte a loro dire sarebbe servita per sostenere le spese di detenzione di Pasqualino “Lino” Mazzarella, uno dei reggenti del clan Bottaro-Attanasio e cugino di Luca Vella, che la Corte d’Assise di Siracusa nel 2016 condannò all’ergastolo in primo grado per omicidio e occultamento di cadavere di Liberante Romano, altro esponente dell’ominimo clan. Luca Vella, tra l’altro, farà entrare nel giro anche un altro esponente del clan che diventerà socio del centro di scommesse illegale, tale Concetto Cassia. A mediare su quella situazione sarà chiamato Antonello Palermo, sul quale la Squadra Mobile di Siracusa sollecitata della Procura di Catania precisò che pur non risultando precedenti penali a suo carico si riteneva fosse “vicino, se non inserito al contesto delinquenziale catanese del clan Cappello”. Paciere insieme a Claudio Foti appartenente al clan Panagia e alla figlia di Nunzio Salafia, il cui padre che si pensava guidasse il clan Aparo era allora detenuto in carcere e morirà nel 2016. Ciò non sorprende visto che già a quel tempo, nel 2016, la Direzione Investigativa Antimafia riconosceva il legame tra i diversi clan.
Gli altri indagati nel processo penale in corso istruito dalla Procura e dalla Dda di Catania sotto il Sostituto Procuratore Andrea Ursino, sono Massimiliano “Puffo” Riani già noto alle forze dell’ordine per droga e furti, mentre per le minacce il già citato Luciano De Carolis, Concetto “Cuncittazzo” Garofalo, Sebastiano “Seby” Garofalo e Michele “Michiluni” Midolo, tutti appartenenti al clan Bottaro-Attanasio.
Sono tre le famiglie che a Siracusa si gestiscono il potere con estorsioni e spaccio di stupefacenti. Il clan Aparo-Trigila insieme al clan Crapula, il clan Nardo con la famiglia di Santa Panagia che ha rapporti con la famiglia etnea Santapaola, il clan Bottaro-Attanasio. Il capomafia di quest’ultimo è Alessio Attanasio da tempo detenuto al 41bis nel carcere di Spoleto, sposato con Patrizia Bottaro, figlia del boss Salvatore, nonostante i due si siano separati il clan porta ancora i loro nomi. Il reggente del clan prima che venisse arrestato era Luciano De Carolis, che insieme e Pasqualino Mazzarella e Concetto Garofalo (condannato a otto anni per mafia ed estorsione ma ai domiciliari rispedito in carcere nel 2017 dopo il caso del “concerto neomelodico”) formavano il triumvirato del clan siracusano.

Il rinvio a giudizio per estorsione e minacce con metodo mafioso per Vella e i personaggi a lui vicini arriverà solo due anni e mezzo dopo la denuncia. Ma nel gioco delle colpe cittadini, politici, istituzioni, sindacati ed ex colleghi, “invece di tutelare chi ha il coraggio o l’incoscienza, a questo punto, di denunciare, hanno fatto finta di nulla” come mi dice Jvan con un’amarezza di fondo.
Intanto anche nella raffineria accadde qualcosa che turbò il senso di legalità a cui Jvan era più legato: “Questo mio collega era dedito sia a consumare sia a spacciare droga, hashish, dentro all’azienda. Non solo, io lavoravo ai pontili e c’erano tonnellate di sigarette che entravano e uscivano, io non potevo far parte di questa situazione e a quel punto sono andato in azienda a dirglielo pensando che prendessero dei provvedimenti”.

Ombre sul “triangolo” del petrolchimico
Contrabbando e non solo. Da anni la Isab sta attraverso un periodo complesso.
Il polo industriale siracusano comprende i comuni di Augusta, Priolo Gargallo e Melilli. Fu ad Augusta, la città di ferro, che tutto nacque nel dopoguerra, quando la Sicilia era una terra poverissima che andava avanti di stenti e agricoltura, perché è qui che si creò il primo centro di raffinazione del petrolio “Raisom” che durante il boom economico diventerà “Esso”. In quegli anni si insediarono sul territorio altre imprese tra cui la centrale termoelettrica Enel, il depuratore per le acque IAS SpA e l’impianto di gassificazione dei residui petroliferi Erg. Nel 2008 la Erg si accorderà con la multinazionale russa Lukoil per la costituzione della Isab Srl che cinque anni più tardi verrà totalmente rilevata da quest’ultima.

Dal 2012 la Isab comparirà spesso sui fogli di cronaca a causa dell’apertura di alcune inchieste volte ad accertare particolari condotte che l’azienda avrebbe attuato contro la salute pubblica. Inchieste sull’inquinamento delle acque con sversamenti a mare dei rifiuti e inquinamento dell’aria, nonché aumento delle morti per tumore che si ritiene possano essere dovute anche ai cumuli di cenere di pirite che anni addietro, industriali non troppo zelanti, regalarono agli amministratori dei comuni di Augusta e Priolo e con cui sono stati fatti rispettivamente lo stadio comunale e il campo sportivo che, così come documentarono nel 2014 Saul Caia e Rosario Sardella per Fai Notizia, erano in attesa di bonifica. “A Siracusa invece c’è la struttura della Erg voluta da Riccardo Garrone per promuovere la formazione dei giovani. Le società della raffineria finanziano numerose attività e sponsorizzano anche gli eventi religiosi”, si ascolta nel video da loro realizzato.
Non basta, a colpire il complesso industriale anche la malavita: nel 2013 il comune della città di ferro verrà sciolto per infiltrazioni mafiose, successivamente l’allora Sindaco Carrubba e l’assessore Giunta saranno rinviati a giudizio, stessa sorte per il Sindaco di Melilli, Sorbello, rinviato per voto di scambio in concorso con un esponente del clan Nardo. Inoltre, a maggio scorso il nuovo sindaco di Melilli, Carta, avrebbe nominato l’ex sindaco di Augusta, Carrubba, attualmente a processo per concorso esterno in associazione mafiosa, in rappresentanza del comune di Melilli nel consiglio di amministrazione della IAS. Mentre l’ex Sindaco di Priolo, Rizza, rinviato a giudizio nell’Operazione Res Publica, a marzo scorso sarebbe tornato ai domiciliari.

Dove va chi si ribella

E’ in questo contesto che Jvan protesta in favore della legalità, ma in azienda non sembrano essere d’accordo. Lo spostano in una stanza credendo forse che così avrebbe cambiato idea, come se cercassero di insabbiare la vicenda. Eppure lui non si tira indietro e quando i dirigenti notano che la sua irrequietezza non si placa, quando protesta ancora salendo sulle torrette o incatenandosi davanti alla raffineria e poi quando denuncia, la Isab prende l’unico provvedimento che Jvan non si sarebbe aspettato: il licenziamento. E’ bene sottolineare che su questa vicenda è in corso una causa lavorativa su cui solo la magistratura potrà far luce e in cui la Isab ritiene valido il licenziamento per giusta causa, mentre Jvan e il suo legale lo ritengono illegittimo e ingiustificato.
“Non penso ci sia stata una connivenza tra mafia locale e Isab, però è anche vero che per fare in modo che il loro buon nome, la loro faccia pulita rimanesse tale, hanno favorito chi, perfettamente consapevoli, sanno appartenere a quel tipo di ambiente” mi dice mentre sta seguendo il processo penale e mentre ha in corso anche una causa lavorativa. Non crede di poter ottenere un reintegro del posto di lavoro perché “chi denuncia è poco tutelato rispetto a chi delinque” ma più di tutto gli brucia il fatto che “due cose non mi dovevano toccare: il lavoro e i miei figli, invece sono arrivati a toccare il loro futuro e il lavoro che ci permetteva di vivere in una maniera dignitosa”.
Oggi insieme alla moglie sono preoccupati proprio per quel futuro, per quell’equilibrio spezzato a causa di troppa generosità, la sua nel voler aiutare il fratello con la speranza che togliendolo dalla strada non si sarebbe più avvicinato a quei criminali. E invece Jvan alla fine sarà costretto a denunciare il suo stesso fratello per le minacce subite. “Se avessi fatto questa cosa a Catania sarei già morto da tempo. Gli ammortizzatori sociali sono finiti, ad agosto siamo alla fine di questa resistenza che dura da oltre quattro anni”.

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Ritratto di Valentina Tatti Tonni

Biografia

Valentina Tatti Tonni nasce a Roma nel 1991, mentre si laurea e prende due master in reportage di viaggio e relazioni internazionali collabora con varie testate cartecee e online perseguendo il Giornalismo come una missione umanitaria. Si interessa di antimafia, diritti umani e buon cibo.