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Palermo, a Pagliarelli un artista vittima di usura contro l’indifferenza

In Sicilia l’arte del vasaio è la ceramica, le cui tecniche sono state importate da arabi e greci nel corso dei millenni. Il vasaio è colui che adopera l’argilla, si sporca le mani per entrare in contatto con la materia grezza dandole forma e colore, dal rosso aranciato al giallo e al blu del mare.

Che siano vasi, nature morte o statuine di un presepe, ogni figura è dotata di una sua caratteristica regionale, un particolare che la rende unica. E’ di questa unicità che Bennardo Mario Raimondi si occupa a Palermo, a Pagliarelli un quartiere difficile vicinissimo al carcere.
Da vittima di usura con le sue opere, in vendita sul suo profilo Facebook*, riesce ancora a dipingere la gioia sui volti dei suoi amici di terracotta, con passione e amore verso una terra in cui si sente di appartenere cerca ogni giorno di valorizzare l’arte e il suo antico mestiere. Trovandosi nel giusto non sente vergogna quando alle volte è costretto ad elemosinare la carità davanti alla chiesa.
Mi racconta subito che Salvatore Borsellino, il fratello del Giudice Paolo, insieme al Movimento “Agende Rosse” a partire dal 2011 l’ha sempre invitato ad esporre le sue opere in via d’Amelio, durante la commemorazione della strage il 19 luglio, e lui è fiero di andarci ogni anno. Mi dice che ci sono sempre meno siciliani presenti, “sai qual è il problema? L’indifferenza”.

Palermo dipinta male

Dopo anni passati come dipendente, nel 1989 Bennardo si mette in proprio aprendo il suo laboratorio e le cose vanno talmente bene che riesce ad assumere del personale e portare avanti la tradizione siciliana. Oltre all’attività organizza corsi e insegna quest’arte nelle scuole, all’istituto dei ciechi e al carcere minorile Malaspina. Questo lavoro permette a lui e alla sua famiglia di vivere dignitosamente e in più, con la moglie riesce a dare le giuste cure mediche a uno dei suoi due figli affetto da una malformazione all’intestino. Tutto procede fino a che dieci anni dopo l’apertura dell’attività, non supportato a sufficienza dalle banche, Bennardo per risolvere un problema economico legato all’acquisto di una casa si rivolge a delle persone, degli usurai che ben presto si trasformeranno in estorsori. E’ noto infatti che Cosa nostra, come scriveva la DIA nella relazione del I semestre 2017, non trascura i settori di minor spessore criminale.
Come mi spiega, queste persone “pretendevano sempre di più, pretendevano il regalo e altre cose, e da lì anche con le tasse e gli operai da pagare non ce la facevo più”.
Non si sente di fare nomi, ma sappiamo le persone coinvolte (di cui tre solo una sarebbe ancora in carcere) e che ha denunciato nel 2006 erano vicine ai vecchi capimafia legati ai Corleonesi, come il boss di Pagliarelli Antonino Rotolo condannato a 29 anni in secondo grado nell’ambito dell’operazione “Gotha” e al conseguente processo concluso nel 2012 che mirava, con le indagini della Dda di Palermo, a far terra bruciata intorno agli uomini di Provenzano.

Con la denuncia e il processo che sarebbe iniziato dopo più di un anno, Bennardo non è più solo l’artigiano che come altri colleghi cerca di andare avanti contro le difficoltà in cui la vita ti pone, innanzi tutto perché, sobbarcato di debiti, è costretto a chiudere il laboratorio e a licenziare gli operai.
Anche se nel 2015 uno dei suoi presepi verrà accolto a Montecitorio con tutti gli onori del suo gesto che gli daranno una medaglia al valor civile e con l’allora Presidente della Camera Laura Boldrini che lo intitolerà a “simbolo di chi dice no all’usura”, pian piano lui e la sua famiglia cominceranno a ricevere un altro tipo di messaggio dalla Sicilia e dai cittadini: l’isolamento e le minacce.
Gli squarceranno le ruote della macchina per poi rubargliela, davanti al cancello di ferro della sua abitazione verrà trovata una bomba finta con scritte minacciose dirette a lui e a un giornalista che all’epoca lo stava aiutando e per intimidirlo gli spareranno senza l’intenzione di ucciderlo, giusto per fargli venire il dubbio e il timore che fosse meglio pagare in silenzio.
“Non è facile ripartire da sotto zero. Dico da sotto zero perché io sono un artigiano che ha avuto il coraggio di denunciare i mafiosi, sotto certi aspetti non sono ben voluto”, né tra alcuni parenti che gli tolgono il saluto, né durante le fiere quando mal riceve la solidarietà della gente. Come se gli avessero stampato addosso un’etichetta, una lettera scarlatta, la “S” di “Spione”, quello che per certe persone diventi quando denunci la mafia. La fecero persino trovare alla figlia. in classe, scritta sulla lavagna: ‘Tuo padre è spione, ancora non ve ne siete andati?’.

Palermo riaffiora

Oggi lavora come può in un box di 25mq dove non c’è acqua né bagno, anche andando a quelle fiere dove solo chi non conosce la sua storia lo tiene in considerazione. “La diocesi di Monreale mi aveva dato l’autorizzazione per andare nelle parrocchie a dare la mia testimonianza. Anche nelle parrocchie però ho trovato moltissima difficoltà perché c’erano parroci che avevano paura di ospitarmi, per paura di ritorsione, perché purtroppo andando in certi paesi come a Cinisi, dove c’era Peppino Impastato, a parlare di lotta alla mafia era già un problema e a certi parroci dava fastidio”.
Gli chiedo come sia possibile. “Questa è la cultura che hanno, una cultura arretrata, dove pensano che tu hai fatto un gesto controcorrente, cioè hai fatto come dice Papa Francesco: ‘Quando vai nelle chiese a vendere [le sue opere, ndr.], non è solo per dignità e per dare un pezzo di pane alla tua famiglia, ma dai testimonianza di quello che hai subito e di quello che hai fatto, ma la società di oggi è in grado di recepire questo messaggio?’.
Bennardo, ripercorre la sua storia per darmi un’idea di cosa ha passato mentre sembra guardare oltre il confine del mare per scorgere un po' di speranza in una “città invivibile”, una speranza che lui ripone nei giovani. “Se riescono a capire bene il significato di legalità, cosa significa il rispetto per le persone, perché purtroppo vivo in una città in cui ci sono due categorie: ci sono i giovani, quelli che se ne fregano e continuano a fare gli amici dei boss, che gli piace proprio questo modo di vivere, la mentalità, la cultura è rimasta questa; poi ci sono gli altri giovani, quelli che veramente hanno desiderio di cambiare”.

Il Governo ha stabilito che le vittime di usura e racket possano accedere a un fondo di solidarietà che prevede l’ottenimento di benefici economici e mutui agevolati. Bennardo mi spiega che di quel contributo ricevuto, lo Stato ne ha trattenuto una buona metà per pagare le insolvenze pregresse. Il danno materiale della perdita dei beni che ha avuto a suo dire ammonta a 250-300 mila euro, mentre quello umano di una mancata e costante solidarietà non sarebbe neanche quantificabile. La risposta consapevole che avrebbe voluto ricevere dallo Stato non era l’elargizione di denaro ma un lavoro, perché è solo nel lavoro che una persona può rinascere e costruire.
Cinque anni fa, senza che la legge lo riconoscesse testimone di giustizia per un ritardo nel presentare dei documenti, nonostante la conclusione del processo scaturito dalla sue denunce e dall’aiuto di una delle sette associazioni antiracket di Palermo, Solidaria Onlus, Bennardo tenterà il suicidio. “Mi hanno salvato i carabinieri… arrivi a un certo punto dove una persona non riesce più a capire quello che sta facendo. La volevo fare finita perché ero isolato, umiliato, senza lavoro, e invece no, ho capito che bisognava lottare, non per sé stessi ma per gli altri”.

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Ritratto di Valentina Tatti Tonni

Biografia

Valentina Tatti Tonni nasce a Roma nel 1991, mentre si laurea e prende due master in reportage di viaggio e relazioni internazionali collabora con varie testate cartecee e online perseguendo il Giornalismo come una missione umanitaria. Si interessa di antimafia, diritti umani e buon cibo.