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La Sicilia e il coraggio della legalità

Non so esattamente come, ma sarebbe bello che tutti, il 23 maggio, fossero in Sicilia. Non importa dove, conta esserci. Dolore, rabbia, affetto, vergogna, smarrimento: da queste parti la ricorrenza della strage di Capaci è un compendio di sentimenti colmi di vuoto.

Quello lasciato da Falcone, da sua moglie e dagli uomini della scorta, certo.
Ma anche il vuoto segnato dall'abbandono in cui molti abitanti dei piccoli comuni siciliani sono lasciati ancora oggi, proprio qui, proprio ora, mentre conducono la loro quotidiana lotta contro una mafia silenziosa e velenosa, una lotta dimenticata, che in questo giorno tragico e speciale prende coscienza di sé. Il 23 maggio dà l'idea di essere quel giorno che racchiude in sé tutti gli altri, evocandoli e sputandoli fuori. È il giorno in cui ogni siciliano realizza la sua condizione ed estremizza il suo personale rapporto con la mafia: chi ha paura è ancora più spaventato; chi è abituato a fare finta di niente rafforza la sua falsa indifferenza; chi prova ad opporsi sente divampare il suo coraggio.

Ho avuto la fortuna di trovarmi a Vittoria, il 23 maggio. Un paese a forma di scacchiera in provincia di Ragusa, che un tempo era solo una pianura e ora è un importante centro di produzione ortofrutticola. L'occasione è un incontro-dibattito sul carcere in programma all';istituto Comprensivo Portella della Ginestra, dove sono ospite insieme a Claudio Bottan, un amico che si è fatto la galera, ne è uscito un uomo nuovo e ora gira le scuole di tutta Italia per raccontare la sua esperienza, il suo riscatto, e le scomode verità della vita dietro le sbarre, raccolte con brutale ironia nel libro Pane&Malavita. Malavita che da queste parti ha pressoché solo un nome.

L'accoglienza è quella tipica dei siciliani, piena di calore e cortesie, un trionfo di sorrisi e buone maniere. Sulla parete del corridoio che conduce all'aula destinata all'incontro, un collage di ritagli di giornale disposti per formare la chioma di un albero disegnato espongono gli uomini simbolo della lotta alla mafia e che poi della mafia sono diventati vittime. Prima di cominciare ci informano che al dibattito saranno presenti circa duecento ragazzi, altri mancheranno: “Alcuni genitori non hanno gradito il tema dell'incontro e hanno preferito non far venire a scuola i figli”.
In un attimo si percepisce l'atmosfera che circonda l'appuntamento, carica di curiosità e scetticismo per il messaggio che passerà da questa cruda testimonianza.
Una sensazione che si cristallizza dopo aver incontrato i professori e aver toccato con mano il loro tenace lavoro di formazione su questi ragazzi, aver respirato l'impegno quotidiano che ci mettono per dissuaderli da ogni possibile cattiva seduzione o tentazione, per spegnere qualsiasi miccia che in un contesto sociale come questo comune siciliano dove o si è ricchi o si è molto poveri può accendersi in un attimo.
Un continuo rimettere in carreggiata, specificare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, discernere esempi virtuosi da riferimenti pericolosi.
Ma come, e Bottan? Cosa ci fa qui? Non dovrebbe rappresentare ciò da cui si insegna a stare alla larga? Non è uno che è uscito di strada, uno che ha sbagliato, un riferimento pericoloso?

La preside vuole parlarci in privato, nel suo studio al piano terra con la finestra che dà sul cortile, davanti all'ingresso principale, “così da poter controllare tutto”. Anche lei non vuole farsi sfuggire niente, scandaglia ogni sguardo, gesto, comportamento di questi ragazzi. E anche lei mostra allo stesso tempo interesse e preoccupazione per i contenuti dell'intervento. Non è cosa da tutti i giorni, qui, dare voce a un ex detenuto.
Ma i siciliani conoscono il coraggio delle scelte forti.

D'un tratto appare chiaro ciò che prima di confrontarsi con la tenacia di queste persone non lo era: l'importanza e il valore simbolico della decisione di parlare di illegalità nel giorno dedicato alla legalità. L'audacia di affrontare un argomento da queste parti così importante, in un giorno così importante, guardandolo da un'altra prospettiva, più scomoda e insidiosa. Commemorare Falcone attraverso il racconto della detenzione.

L'intervento fila via liscio, in un silenzio opprimente che era ascolto. Poi, mentre si parlava di misure alternative e giustizia riparativa, prende parola un ragazzo con un lungo ciuffo biondo che gli attraversa in orizzontale la fronte. Dice che suo cugino è morto ammazzato pochi mesi prima. La sua colpa era stata di interessarsi troppo a quello che stava succedendo in strada. Il killer della mafia non voleva intralci e gli ha sparato. “E secondo voi è giusto che esca?”. Per rispondere c'è voluto coraggio.

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Ritratto di Federico Corona

Biografia

Federico Corona nasce a Milano nel 1988 da genitori catanesi. A 24 anni diventa giornalista professionista e comincia a occuparsi di progetti editoriali sul web, tra cui un innovativo magazine digitale interamente redatto dai detenuti e di cui è ideatore e direttore. Da freelance ha collaborato con testate online e cartacee come Panorama, Il Fatto Quotidiano e Sportmediaset, occupandosi di attualità, sociale, giustizia e sport.