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Parliamo di Dante con Bianca Garavelli

Parliamo di Dante con Bianca Garavelli

Una trama affascinante che si snoda su due binari, uno storico e l’altro contemporaneo, con il Sommo protagonista, e quindi ancora più affascinante. Bianca Garavelli è studiosa di letteratura medievale, padroneggia l’universo dantesco con rara maestria, per questo ha potuto cimentarsi in questa impresa che ai più sarebbe stata impossibile. Cercare di cogliere gli aspetti umani del grande poeta fiorentino, dell’uomo che è il più grande scrittore visionario che la storia della letteratura ci ha regalato, comporta un impegno non indifferente, in cui subentrano studi approfonditi, immaginazione e doti narrative di eccelsa qualità. L’autrice focalizza un periodo collocabile nel 1309, durante la presenza a Parigi di Dante Alighieri, per dare corpo a una storia che si sviluppa con la cadenza incalzante del thriller: continui colpi di scena, capovolgimenti, misteri da dipanare, messaggi da decifrare. Il tutto sviluppato su due livelli temporali che vedono protagonisti il sommo poeta fiorentino e il giovane Riccardo Donati, ricercatore dei nostri tempi, venuto in possesso di un misterioso manoscritto che porta addirittura la firma del Sommo. Il giovane si troverà coinvolto in un intrigo internazionale e appare quasi un vaso di coccio di fronte alla straordinaria impresa alla quale è stato destinato. Per fortuna, al suo fianco, una organizzazione di donne agguerritissime vigila e sventa i pericoli. Quale grande messaggio ha voluto lasciare in eredità ai posteri Dante Alighieri? Una profezia terribile che va assolutamente trasmessa per salvare il mondo da quanti minacciano di violare il mistero della creazione. E qui è chiaro che per “Le terzine perdute di Dante”, (edito da Baldini & Castoldi, pagg.334 € 9.90) i connotati di romanzo giallo/storico diventano ininfluenti per elevarsi a opera squisitamente letteraria, dove l’ingegno, la visionarietà e tutto ciò che di più nobile comporta l’arte della scrittura sono elementi preponderanti. La letteratura è finzione, menzogna, artificio ma anche portatrice di straordinarie verità, precorre i tempi, indica la via. La scienza non è affatto una realtà negativa in sé, purché a sua volta rispetti l’armonia cosmica. Infatti Beatrice, il modello cui ci ispiriamo, rappresenta la conoscenza, ma una conoscenza guidata dalla fede. Così si esprime una delle protagoniste del romanzo. Possiede un certo magnetismo questo romanzo, qualcosa che attrae e lega saldamente il fascino imperscrutabile del passato, compresa anche la vita di Dante di cui si sa ben poco, e il grande mistero dello spazio cosmico su cui l’uomo è impegnato ad esplorare. Con tutti i propri limiti strutturali, eppure avido di sapere, di oltrepassare nuovi confini. Chissà cosa ci riserva il futuro, quali distanze riusciremo a colmare, quali barriere a frantumare. Ma Bianca sembra ammonirci: purché l’uomo non pecchi di superbia, non pretenda di sostituirsi a Dio. La scienza prosegua pure il suo cammino ma non dimentichi di porsi al servizio dell’umanità. Senza voler usare toni enfatici, dico che questo libro l’ho goduto appieno, pagina dopo pagina, mi ha fornito spunti di riflessione, ha arricchito il mio bagaglio culturale. Ha svolto la funzione per cui è stato dato alle stampe. Detto così può sembrare una cosa scontata, in realtà è un obiettivo difficilissimo da raggiungere, sono pochi gli scrittori che ci riescono e quei pochi detengono il segreto dell’Arte.

Bianca Garavelli collabora al Dipartimento di Italianistica e Comparatistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico letterario del quotidiano “Avvenire” e collabora al portale “Treccani scuola”. Studiosa del Medioevo europeo, si dedica da anni all’approfondimento e alla divulgazione dell’opera di Dante ed è autrice di vari romanzi, tra cui Beatrice (2002) e Amore a Cape Town (2006).
                                            

Cara Bianca, un romanzo che vede protagonista il grande poeta fiorentino. Dallo studio all’invenzione. Come si fa a delinearne il carattere, quanto incide lo studio e quanto la fantasia, considerando che di lui si sa poco o nulla?

Per scrivere un romanzo con Dante protagonista ci vuole un certo coraggio. Soprattutto quando, come me, si prova per lui un’ammirazione assoluta, e si può quindi avere un certo timore reverenziale, come di violare un territorio sacro. Tuttavia, la conoscenza della sua opera è indispensabile, la lettura dei suoi testi è la base di cui non avrei potuto fare a meno. È soprattutto dalle sue opere, oltre che dalle biografie più attendibili, che ho cercato di attingere gli spunti per delineare il mio personaggio. Poi ho lavorato con la mia sensibilità, lasciandomi guidare dalle suggestioni che la sua stessa scrittura mi comunica. Per esempio, l’idea di un Dante visionario mi è venuta dai suoi versi del canto I del Paradiso, quando afferma senza mezzi termini di aver visitato la sede eterna di Dio, il «ciel che più de la sua luce prende», come lo definisce al v. 4. Potrebbe essere un artificio letterario, come il celebre manoscritto del Seicento ritrovato da Manzoni, ma invece immagino che sia la verità: semplicemente la dichiarazione di aver compiuto il viaggio mistico, con la sua mente se non altro, di aver avuto una visione dell’aldilà in cui vivono le anime beate. Il rischio era di elaborare troppo la figura storica, fino a deformarla, ma spero di essere riuscita a scongiurarlo.

Il tuo romanzo si sviluppa su due piani temporali, che alla fine convergono su un presente per nulla rassicurante. L’uomo si sta spingendo troppo oltre? Secondo te la scienza potrebbe portarci verso un punto di non ritorno?

Nel mio romanzo ho dato spazio alle paure che molti di noi nutrono, paure che forse si collegano a quelle naturali dell’inizio di un nuovo millennio, di una nuova era. O forse nate dal fatto che l’umanità sente, percepisce con inquietudine, anche se non razionalmente, che c’è un qualche squilibrio intorno a noi. Riconosco alla scienza molti aspetti positivi, ma anche qualche contraddizione: soprattutto una tendenza eccessiva alla specializzazione, quasi un accanimento a perseguire obiettivi che forse i limiti della nostra stessa tecnologia rendono inaccessibili. Le teorie sulla formazione dell’universo non sono tutte verificabili, e spesso lo spreco di energie investite per cercare di farlo mi sembra sproporzionato: forse gli scienziati potrebbero pensare in modo più globale, non settoriale, e prendere spunti da direzioni più varie, piuttosto che perseguire una sola teoria.

Il rapporto tra scienza e religione, materia di scontro culturale, è conciliabile secondo la tua opinione, o la contrapposizione è irriducibile?

A mio modo di vedere scienza e fede possono trovare un terreno comune. Forse gli scienziati contemporanei dovrebbero prendere esempio proprio da Dante: in lui non esisteva una frattura culturale fra letteratura e filosofia, cioè la scienza del tempo. Per questo aveva sempre una visione d’insieme del mondo e dei suoi fenomeni, che spesso descrive nel suo poema, dimostrando un grande amore e interesse per la natura. Nel suo caso, la conciliazione fra scienza e fede si crea automaticamente, perché nel suo tempo non esiste la possibilità di scegliere tra aver fede e non averla. Quindi anche il senso del limite invalicabile, quello che Dante raccomanda in più passi della Commedia di non oltrepassare, è un aspetto naturale del suo pensiero: secondo lui l’umanità non ha gli strumenti mentali per capire l’assoluto. Che è il disegno di Dio. Ma ai nostri tempi, proprio da uno scienziato viene un’affermazione simile: Max Planck, il fondatore della fisica quantistica, ritiene che la scienza non possa svelare il mistero fondamentale della natura, «perché noi stessi siamo parte dell'enigma che stiamo cercando di risolvere». Tuttavia, dato che la scienza è sempre in evoluzione, è anche possibile che in futuro possa scoprire verità nascoste che ora per noi sono inaccessibili.

So che sei stata diverse volte in Sicilia per un  tour di presentazione del tuo commento alla "Divina Commedia" per Bompiani, a Siracusa e Catania; poi hai partecipato a una settimana di corso di aggiornamento per docenti, sempre su Dante, a Palermo. Insomma, ti puoi considerare di casa dalle nostre parti. Che impressione ne hai riportato della Sicilia e dei siciliani?

I siciliani sono forze della natura! Perché hanno assorbito l’energia dell’Etna. Scherzo, però la mia impressione è di grande capacità di azione e di grinta, serietà professionale. Non solo la creatività tipicamente italiana, per intenderci: anche una professionalità che si potrebbe definire svizzera. Unita sempre a un grande calore umano. Il paesaggio della Sicilia è lo specchio dei suoi abitanti: grandi spazi, colori intensi, un’aria densa che sembra collegata con l’infinito.

Chi è Bianca Garavelli? Descriviti

Sono una persona semplice e curiosa, che ama la vita in tutta la sua possibile bellezza. Più di ogni altra cosa mi gratifica scrivere, ma amo anche la mia casa, il mio micio Rambo (che ormai credo che gli amici di face book conoscano…), gli animali e il mare, la mia città, Vigevano, con le sue contraddizioni ma pur sempre tranquilla, il tempo trascorso con gli amici, i viaggi. Mi piace dedicarmi alla scoperta del mondo, attraverso la vita, proprio la semplice vita quotidiana. 

 

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Ritratto di Salvo Zappulla

Biografia

Salvo Zappulla ha pubblicato varie opere di narrativa: “Le due anime del giullare” (1992), “Il maresciallo dei sogni rubati” (1998), “L’ombra” (1999), “La rivolta della natura” (2002), “Il mostro” (2003). “In viaggio con Dante all’inferno” (2004). "Lo sciopero dei pesci" e "Il pollaio dice no" per il Pozzo di Giacobbe. Edizioni in ristampa dei romanzi di Zappulla sono state corredate da schede didattiche e adottate, come narrativa, nelle scuole medie. E’ il presidente dell’Associazione Culturale Pentelite, che organizza la Mostra-Mercato dell’editoria siciliana. Presidente del Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”. Collabora con diverse testate giornalistiche.