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Una guerra nazista

Siccome la Nota odierna esamina l’eccentrico rapporto tra il Nazismo e il consumo del caffè (davvero), accludo un link - qui - che porta a un sunto dello stato delle ricerche sugli effetti della sostanza sulla salute umana. L’arabo che cerca la parola per dire quant'è buono il Kaffee HAG nell’immagine pubblicitaria all’interno che accompagna il testo di oggi trova che è “semplicemente…superbo”.

 È articolo di fede tra le mamme che i piccoli non debbano bere il caffè perché “blocca la crescita”. Malgrado manchi tuttora una base scientifica alla credenza, l’idea era molto radicata anche tra i gerarchi e i vertici del Nazismo: il buon Nazista infatti prendeva solo il decaf.
L’associazione tra il partito e il decaffeinato era talmente forte che nel 1933 Ludwig Roselius, il padrone della principale casa produttrice—la Kaffee Handels-Aktiengesellschaft, meglio noto come Kaffee HAG—trovò opportuno annunciare pubblicamente che “Chiunque beva HAG è importante per noi. L’affiliazione politica o la fede sono completamente irrilevanti”.
Fu, a modo suo, una dichiarazione coraggiosa. La HAG era comunque coperta: il Partito Nazional-Socialista, dal suo avvento fino alla fine dell’ultimo conflitto, condusse una guerra alla caffeina. Il manuale della Hitlerjugend, la gioventù hitleriana, precisò ancora nel 1941 che era “un veleno in ogni forma e in ogni concentrazione”. L’attacco istituzionale del Nazismo alla sostanza fece parte della Lebensreform—la “riforma del vivere”—una campagna permanente che promulgava il ritorno a uno stile di vita più “naturale”. Comprendeva il nudismo, le colture organiche e una dieta che rifiutava non solo la caffeina, ma anche lo zucchero bianco, i superalcolici, il tabacco e la carne—un complesso di pratiche ormai approdato su altri lidi politici.
La promozione del caffè decaffeinato diventò una politica dello Stato—secondo Geoffrey Cocks, nel suo libro “The State of Health: Illness in Nazi Germany”—allo scopo di “proteggere il popolo germanico nel suo insieme come un’entità biologica e razziale”. Tanta cura cozza stranamente con la piena approvazione accordata invece all’uso della metanfetamina per aumentare la produttività degli operai nelle fabbriche, una pratica descritta da Norman Ohler nel suo “Blitzed: Drugs in Nazi Germany”. Ad ogni modo, il risultato pratico di tanta ingegneria sociale contro la caffeina non è chiara, come anche nel caso di altre due campagne salutiste “ufficiali” imparentate, quelle contro il fumo e contro il consumo dei superalcolici. Il caffè era già un prodotto troppo caro per i più nella disastrata economia tedesca tra le due guerre e la versione decaf, ancora più cara, era considerata un vero lusso.
Per quanto riguarda invece i presunti effetti nefasti del caffè e la caffeina, il caffè è tra le sostanze organolettiche più studiate in assoluto—spesso con una sorta di “speranza” di trovare una pecca, come nel caso di altri vizi popolari: osteggiati prima dai predicatori e gli attivisti che dalla scienza medica.
Ma se nel caso del tabacco i dubbiosi avevano pienamente ragione, non si è mai riusciti a “inchiodare” il caffè. Anzi, secondo ricerche correnti, il suo consumo potrebbe difendere dal diabete del tipo 2, dal parkinsonismo, da diverse gravi malattie del fegato e perfino—in moderazione—dall’insufficienza cardiaca. È anche un’eccellente fonte di antiossidanti; negli Usa almeno, la singola più importante.
Sul lato negativo, nelle donne ci sono indicazioni che possa, entro limiti, ridurre la fertilità. Com’è noto, può anche provocare l’insonnia e, in alcuni soggetti, accrescere i sintomi d’ansia. Per quanto riguarda i piccoli invece, le mamme—come sempre, proverbialmente—hanno ragione. C’è un ottimo motivo per non dargli il caffè: è che sono già abbastanza vivaci per conto loro...

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Ritratto di James Hansen

Biografia

James Hansen, direttore di East50, è giunto in Italia nel servizio diplomatico USA ed è rimasto come corrispondente per l’estero (International Herald Tribune, Daily Telegraph). Poi capoufficio stampa di Olivetti, di Fininvest e di Telecom Italia. È titolare di Hansen Worldwide, uno studio di consulenza in relazioni internazionali con sede a Milano.