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La realtà è ciò che vediamo

Quasi 150mila persone sono passate dal Salone del libro di Torino. Non sapevano dove metterle. Molte di loro hanno affrontato pazientemente code di un'ora e più con il peso degli zaini sulle spalle pur di entrare e potersi perdere tra quelle migliaia di volumi che hanno colorato di cultura il Lingotto.

Quasi tutti sono usciti con almeno un libro in saccoccia. Cinque giorni di quieta baraonda per quella carta tanto bistrattata di questi tempi. Eppure. Eppure in Italia non legge più nessuno.
Lo dice l'Istat, mica io. C'è un dato che riecheggia da qualche tempo e crea sconforto e preoccupazione per lo stato di salute della nostra cultura: sei italiani su dieci non aprono un libro in un anno.

È sufficiente però, entrare nelle pieghe di questo dato per scoprire che fa riferimento solo alla lettura per motivi di svago e non di studio o aggiornamento professionale. E dovrebbero spiegarcelo perché quei poveretti – per modo di dire – che si cimentano in trattati di sociologia o manuali di storia della filosofia non possono fregiarsi del titolo di lettori. Ecco che considerandoli, la percentuale di lettori abbandona la nicchia e balza vertiginosamente al 60%, più della maggioranza. Chi scrive non è un amante di numeri e rilevazioni e preferisce basarsi su quello che vede. Ed è impossibile non osservare questi ragazzi che assediano famelici gli stand del Salone e si soffermano su ogni quarta di copertina perché amano farsi sedurre. Non si può fare a meno di notare quella coppia che all'ombra di un albero legge simultaneamente; o quel ragazzo che nel tragitto della metro preferisce il ristoro di in un libro allo scrolling di Instagram; o quella giovane che al tavolino di un bar ha la testa china sulle pagine. Così, tutti i giorni.

Tempo fa una ministra piuttosto discussa che ha dato il nome a una legge ancor più discussa aveva parlato di choosy (schizzinosi), per descrivere un quadro in cui la maggior parte dei giovani si lamenta di non avere un lavoro ma non è disposto ad accettarne molti per le condizioni che prevedono. Ebbene, uno studio dell'Iref, l'ente di ricerca dell'Acli, ha intervistato i millenials «nativi precari» e ha scoperto che il 35% di questi under 30 che non hanno conosciuto altro che la crisi, sarebbero disposti a rinunciare ai propri diritti per ottenere o mantenere un posto di lavoro. Ai propri diritti.
I risultati dello studio (raccolto nel libro «Il ri(s)catto del presente», curato da Gianfranco Zucca) sono certamente interessanti, ma non hanno il carattere della rivelazione. Per sbugiardare la Fornero bastava – e basta – guardarsi intorno. Insomma, volete dirmi che non avete amici o conoscenti che quest'anno hanno lavorato nei giorni festivi o non andranno in ferie? Che nonostante la misera retribuzione accettano di fermarsi sul posto di lavoro più del dovuto? Che stanno rinunciando a uno stipendio perché coltivano un sogno? Non ci credo.

La realtà non è altro che il riflesso delle esperienze quotidiane, dei racconti di chi ci è vicino: è tutto ciò che intellettualmente e fisicamente possiamo toccare con mano, solo che ogni tanto qualcuno si diverte a confonderci.

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Ritratto di Federico Corona

Biografia

Federico Corona nasce a Milano nel 1988 da genitori catanesi. A 24 anni diventa giornalista professionista e comincia a occuparsi di progetti editoriali sul web, tra cui un innovativo magazine digitale interamente redatto dai detenuti e di cui è ideatore e direttore. Da freelance ha collaborato con testate online e cartacee come Panorama, Il Fatto Quotidiano e Sportmediaset, occupandosi di attualità, sociale, giustizia e sport.