A differenza di altri giornali, non abbiamo creato un paywall (muro a pagamento): vogliamo mantenere il nostro giornale il più aperto possibile. Il giornalismo di VoxPublica impiega molto tempo, denaro e duro lavoro per produrre la qualità che state cercando. Se vogliamo restare indipendenti non possiamo essere finanziati dalla pubblicità, abbiamo quindi bisogno che i Lettori ci finanzino. Se vi piace quello che scriviamo contribuite a difenderlo, con voi il nostro futuro e il giornalismo libero saranno più sicuri. 
SOSTIENICI CON 3 EURO AL MESE

Oggi si muore come se non ci fosse un domani

“Il giorno successivo non morì nessuno”. Questo è l’incipit del capolavoro di Josè Saramago “Le intermittenze della morte”. In una nazione non meglio identificata dal 1 gennaio nessuno muore più. Nessuno più perché, semplicemente, la Morte ha smesso di fare il suo lavoro. Invece, appena fuori dal confine, il ciclo procede normalmente.
L'avvenimento suscita nel popolo sentimenti di trionfo e felicità e per le strade avvengono manifestazioni di patriottismo, perché la continua ricerca dell'immortalità ha avuto termine. Superato il primo momento d'euforia, si manifestano i primi problemi: nelle agenzie di pompe funebri e nelle compagnie d'assicurazione restano senza lavoro migliaia di lavoratori e di imprenditori; alle case di riposo si continuerà a badare ad anziani sempre più vecchi ed in quantità sempre maggiori, nelle case e negli ospedali ci saranno persone in condizioni terribili, incapaci di guarire, ma ora anche di morire. Perfino le comunità religiose, fra cui la Chiesa, sono seriamente preoccupate per l'assenza della morte: infatti, senza lei non ci può essere resurrezione e senza resurrezione non c’è più chiesa.

In seguito, nel racconto tuttavia, si scopre che basta portare il moribondo fuori dal confine per porre fine alle sue agonie, e così la mafia, anzi, "la maphia e i suoi maphiosi", come indicato nel libro, comincia ad organizzare viaggi, per far raggiungere la condizione di “caro deceduto”, con garantita sepoltura appena fuori dal territorio nazionale. Abbiamo voluto introdurre il tema di quest’articolo con le parole di Samarago perché la morte rimane l’assillo e la certezza più grande senza soluzione per l’essere umano. Come ogni essere vivente, l’uomo subisce la morte, ma a differenza di tutti gli altri la nega. Come affermò il filosofo francese Edgar Morin: “La morte è l’avvenimento più naturale ma anche culturale, quello da cui nascono i miti, i riti e le religioni”. Negli ultimi decenni abbiamo denunciato una campagna di rimozione forzata dell’idea di morte. Più che la morte abbiamo vissuto nevrosi di morte.

La posizione intellettuale del XXI secolo oscilla in un precario equilibrio fra il non pensarci e quella di esserne ossessionati. Nel mezzo quella che sta perdendo valore è la vita. In altre parole si sta perdendo il saper vivere. Per non pensare alla morte si vive in una bolla d’illusione dove la morte che fa parte della vera vita c’è ma non si sente. Philippe Ariès racconta che la morte nei secoli passati, quando arrivava era sentita e ci si preparava. Una vita vera si concludeva con una vera morte. La morte era temuta per uno innato spirito di sopravvivenza si cercava di “salvare la pelle”. Nell’elogiare la morte di qualche eroe si diceva: “Ha venduto cara la pelle”. In questi anni non riuscendo a vivere la vita, come se la pelle non l’avessimo più, ci si ammanta di droghe e simili verso un consapevole autolesionismo. Un piacevole “autoillusionismo” dove non si vuole uscire. La morte altrimenti diventa assassinio dove non si riesce a risolvere un legame o convivere con un fallimento ed una frustrazione che nessuna modalità illusionistica nessuna droga o crociera esistenziale può cancellare. Si uccide perché non si accetta la vita così come viene. La Mannoia prova a reclamarla benedetta. Ma la realtà sociale sembra non ascoltare il monito di tenersela stretta. Anzi le intelligenze reclamano il diritto a morire a costo di oltrepassare la frontiera. Un’esaltazione fisica della morte. Se il corpo non serve allora si uccidono anche il pensiero, i sentimenti, l’anima.

In Italia come diceva anche Turoldo le cure palliative contro il dolore possono accorciare la vita ma è giusto applicarle. Fuori dalle ipocrisie. Quello che a noi preoccupa è l’infondere una cultura della morte come risoluzione di ogni problema in nome di una società più civile. Il ricorrere ad una rupe tarpeia per ogni qualvolta che non si accetta una diversità. Un gommone affondato, un barbone bruciato, un rifiuto mal digerito. Non ci sono morti leggere e morti pesanti. Noi proclamiamo la nostra fede nella vita senza se e senza ma. Poi ci saranno delle eccezioni ed ognuno avrà una coscienza e ad una giustizia alle quali dare conto.

Gaber cantava: “ Non insegnate ai bambini la vostra morale… non divulgate le illusioni sociali ma se proprio volete insegnate soltanto la magia della vita.

Categoria:

Ritratto di Giuseppe Lissandrello

Biografia

Giuseppe Lissandrello nasce nel 1972. Psicologo e psicoterapeuta, ricercatore in psicooncologia. Esperto in mindfulness, scrittore, opinionista e critico esistenziale.