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Il 1989 spiegato anche ai bambini

Il 1989 spiegato anche ai bambini
Il fatto che il 1989 sia, ad oggi, celebrato come anno della liberazione costituisce una prova ulteriore circa l’invasività dell’ideologia dominante, nonché la sua capacità di essere egemonica anche presso le classi che tutto l’interesse avrebbero a contestarla.

Il 1989 è stato un anno di “liberazione” esclusivamente per il capitale, per i suoi agenti e per la classe dominante dell’aristocrazia finanziaria, non certo per le moltitudini precarizzate europee (che dopo la caduta del Muro di Berlino sono state rapidamente “liberate” dei diritti sociali e del lavoro superstiti), né per le popolazione del socialismo reale, la cui “liberazione” ha significato, di fatto, la loro annessione nel regime del lavoro salariato e precarizzato e il peggioramento tangibilissimo della loro prospettiva di vita.
Prova ne è, del resto, che a uscire rafforzato dal crollo del regime sovietico non è stato il mondo del lavoro, né quello della piccola imprenditoria, ma unicamente quello dell’élite cosmopolita e competitivista: la quale più agevolmente ha potuto procede dopo il 1989 in vista a) della decomposizione programmata dei diritti sociali e del lavoro e b) della distruzione delle imprese non in grado di reggere con la competitività multinazionale, deregolamentata e deeticizzata. Ne sono usciti ulteriormente indeboliti il proletariato e la borghesia – peraltro già sottoposti a una pressante offensiva dal 1968 in avanti –, nel trionfo della rivolta sradicante delle élites liberatesi della potenza geopolitica sovietica non ancora allineata con l’ordine del fanatismo globale del mercato.
Agguerrito come non mai, il capitalismo fin de siècle, vincente e non più limitato dalla presenza dell’Unione Sovietica, è passato all’offensiva. Ha abbandonato il compromesso storico con lo Stato, indicando quest’ultimo come suo nemico principale e aspirando a invaderne gli spazi . Si è venuto sgretolando l’accordo fordista-keynesiano, centrato sull’equilibrio statalmente garantito tra un intenso sfruttamento della forza lavoro e robuste protezioni sociali .
Di qui la galassia semantica del vocabolario neoliberista, composta da lemmi come deregulation e “Stato minimo”, “inefficienza del pubblico” e “sfide della competitività globale”, “privatizzazione” e “tagli alla spesa pubblica”. La privatizzazione integrale della vita sociale perseguita con successo dal turbocapitalismo assoluto liquido-finanziario e dall’élite mondialista come sua nuova classe dominante trova nell’aggressione ai danni dello Stato un proprio momento imprescindibile: il trionfo illimitato della logica aziendalistica e competitivistica esige la neutralizzazione della potenza etica statale come forza politica sottratta alla pura immenenza dello scambio e della circolazione delle merci e, di più, posta nelle condizioni di porre ad essa regole e limitazioni.
La privatizzazione competitivistica del mondo della vita comporta, per ciò stesso, la destatalizzazione come svuotamento di senso dell’esperienza moderna dello Stato sovrano vincolanente l’economia e tutelante, almeno parzialmente, la comunità nazionale nelle sue diverse componenti sociali. Era quanto teorizzato profeticamente, tra gli altri, da Lionel Robbins, economista liberista non distante da von Mises e da von Hayek: “oggi sappiamo che se non distruggiamo lo Stato sovrano, lo Stato sovrano distruggerà noi” .

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Ritratto di Diego Fusaro

Biografia

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).