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Record di comuni sciolti per mafia. Ve ne eravate accorti?

C'è stato un tempo, qui da noi, in cui ogni scioglimento per infiltrazioni mafiosi di qualsiasi amministrazine comunale (che fosse al nord, al centro o al sud) apriva un caldo dibattito a livello politico sulle responsabilità dei partiti, delle forze dell'ordine e sullo stato di salute del Paese.

 C'è stato un tempo, se ci pensate, in cui il Ministro all'Interno di turno sventolava con soddisfazione "l'intervento dello Stato per ripristinare la legalità" (dicevano proprio così) e i media accorrevano per carpire informazioni, per raccontare sensazioni e si riempivano di reportage.
Un comune sciolto per mafia del resto è l'atto estremo quando l'illegalità non si riesce più nè a governare nè ad arginare, qualcosa che deve essere affrontata tenendo conto dell'estrema gravità dell'azione. Poi, sull'onda di una normalizzazione che alle mafie sta diventando comodissima, anche gli scioglimenti per mafia sono diventati ordinaria amministrazione, qualcosa che si merita al massimo un articolo piccolo piccolo in fondo alla pagina dei quotidiani nazionali e che rimbalza solo per qualche giorno nella stampa locale. L'antimafia è argomento per specializzati e specializzandi, non fa più rumore, non attira i salvifici clic che determinano le linee editorali e la loro sostenibilità economica, ed è roba buona per i convegni (a cui partecipano coloro che già sanno) oppure per qualche libro che di sicuro non scalerà le classifiche.
Eppure questo 2018 rischia di essere l'annus horribilis delle infiltrazioni mafiose: sono già dodici i comuni sciolti dall'inizio dell'anno, gli ultimi cinque lo scroso 26 aprile. Lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica rifacendosi al Testo Unico degli enti locali, all’art. 143, che ne definisce l'iter. Il prefetto avvia l’accesso e gli accertamenti sull’ente, nominando una commissione d’indagine. I casi sono quelli in cui "sussistano concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare". Devono essere forme di condizionamento "importanti, in grado di determinare le decisioni degli organi consiliari; di compromettere il buon andamento e l’imparzialità delle amministrazioni, nonché il regolare funzionamento dei servizi ovvero di arrecare un grave e perdurante pregiudizio alla sicurezza pubblica". La misura, adottata d'urgenza dopo l'epoca delle bombe nel '92 '93, è stata utlizzata per la prima volta nel maggio del 1991 per sciogliere il comune di Taurianova (RC) dove la guerra tra clan era costata la vita a un salumiere del posto, Giuseppe Grimaldi, la cui testa era stata lanciata nella piazza del paese, sollevando un'ondata di indignazione che spinse il governo (era il settimo governo Andreotti) a intervenire. Dal 1991 ad oggi sono 308 gli scioglimenti messi in atto e la media dei primi mesi di quest'anno è superiore a quel 1993 in cui ci furono ben 7 attentati mafiosi (tra cui a Firenze quello agli Uffizi). Ve ne siete accorti? Ne avete sentito parlare? Qualcuno si sta allarmando per l'emergenza in atto?
Tra gli ultimi comuni sciolti, ad esempio, c'è quella stessa Platì che dall'inizio del '900 ha subito qualcosa come sedici commissariamenti di cui ben quattro dal 1991 ad oggi. Una città che secondo la 
Relazione sulla situazione dei comuni sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso del 2016 viene indicata come "il cuore storico e culturale delle organizzazioni criminali calabresi" insieme a San Luca e Africo e che, nonostante tutti gli occhi puyntati addosso, sembra impossibile far rientrare nel recinto della legalità e del reale controllo dello Stato. Platì è da sempre la patria del clan Barbaro (quelli che hanno colonizzato parte della Lombardia con base a Buccinasco, in combutta con i Sergi e i Papalia) e i loro beni (lo dice la stessa Commissione Antimafia) pur essendo stati confiscati sono rimasti in uso ai mafiosi. Siamo sicuri che vada tutto bene?
Poi c'è Limbadi, altro comune calabrese, salito alle cronache recenti per l'autobomba che ha fatto a brandelli Matteo Vinci, colpevole di avere voluto difendere i terreni di famiglia dalle mire del clan Mancuso che proprio a Limbadi hanno la propria roccaforte. Un candidato alle elezioni che salta in aria nella propria auto, in un Paese sano e antimafioso davvero, avrebbe sollevato lo stesso sdegno che invase l'Italia nei primi anni '90 e invece la morte di Matteo Vinci è durata poco più di qualche giorno, qualche lacrimevole intervista alla madre e alla compagna e nient'altro. Se davvero il clan Mancuso dovesse leggere i segnali che arrivano dalla politica e dalla società civile allora potrebbe stare tranquillo. Giusto così?
Poi c'è la Puglia. Nei giorni scorsi è stato sciolto il consiglio comunale di Manduria alla luce della recente "Operazione Impresa" che ha svelato i traffici e gli interessi della Sacra Corona Unita. Ma la Sacra Corona Unita, si sa, non accende l'acquolina in bocca come le mafie più pregiate e quindi Manduria è rimasto sommerso dagli articoli polpettoni senza meritarsi nemmeno un acceno di approfondimento. 
In Sicilia, nel Nisseno, è stato sciolto il comune di Bompensiere: 600 abitanti per un paese che interessa più alla mafia che alla politica.
In Campania c'è il comune di Caivano, territorio controllato dal clan camorristico Moccia e comandato fino a pochi mesi fa dalla vedova del boss Anna Mazza. Caivano tra l'altro avrebbe anche tutti gli elementi per accendere i riflettori: a Caivano nell'estate del 2014 moriva Fortuna Loffredo, sei anni, caduta (o lanciata) dall'ottavo piano di un palazzo dallo stesso uomo imputato anche per la morte di un altro bambino, nel 2013, Antonio Giglio.
Insomma, questo prima metà del 2018 ci dice che il provvedimento eccezionale dello scioglimento di amministrazioni comunali è molto più ordinario di quanto pensiamo. Ciò che è eccezionale sono il silenzio e la disattenzione che intorno al tema delle mafie continua imperterrito a coinvolgere la classe dirigente di questo Paese. E tutto intonrno c'è gente, gente che cammina, legge, cucina, si indigna, litiga, spera e intanto non se ne accorge.

 

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Ritratto di Giulio Cavalli

Biografia

Giulio Cavalli (Milano, 26 giugno 1977) è un attore, scrittore, regista e politico italiano.
Nell'agosto 2013 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura racconta il progetto per fare fuori Giulio Cavalli. L'indicazione arrivò nella primavera del 2011 da emissari del clan della 'Ndrangheta De Stefano-Tegano. In quel periodo Cavalli era già sotto scorta.
Dal giugno 2013 collabora con il giornale online Fanpage.it, per il quale realizza editoriali[4] e format video, oltre a curare la rubrica Le Uova Nel Paniere.
Dal 2015 cura la rubrica Il buongiorno di Giulio Cavalli sul settimanale Left.[7]