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Il processo trattativa Stato-Mafia e l'incapacità di fare i conti con la storia

Il processo trattativa Stato-Mafia e l'incapacità di fare i conti con la storia
Mi si perdoni se mi trascino uno storico pessimismo sulle sentenze che cambierebbero la storia. Mi si perdoni ancora di più se il pessimismo si acuisce ogni volta che la sentenza riguarda uomini di mafia "militare" (e quelli, si sa, si condannano con una certa facilità anzi si sventolano a lungo come trofei di caccia) in associazioni con mafiosi di livello superiore e pezzi di Stato.

La sentenza (di primo grado) sul processo trattativa Stato-Mafia non credo che sia "la fine della seconda Repubblica" e tantomeno non credo che finalmente convincerà dei trascorsi mafiosi di Silvio Berlusconi attraverso i suoi più stretti collaboratori e tantomeno non influirà sugli elettori di quel partito che proprio sui loschi accordi tra Marcello Del'Utri e gli uomini di Cosa Nostra è nato e cresciuto. E non sarà solo un problema con gli elettori di Forza Italia che continueranno a votare Forza Italia (per assurdo ogni condanna ormai rientra perfettamente nella narrazione della persecuzione giudiziaria sia che si tratti di condanna per furto di un pacchetto di caramelle in un supermercato sia che abbia a che vedere con le bombe che agli inizi degli anni '90 hanno fatto saltare in aria gli uomini migliori di questo Paese) ma continuerà ad essere un problema generale con tutti quelli che, sono passati anni, ancora credono che la condanna di Andreotti sia un'assoluzione o che si sono sperticati in lodi verso Dell'Utri in uno speciale televisivo proprio sulle reti di Berlusconi.
Questo è un Paese che non fa i conti con le verità giudiziarie perché considera le Procure un attore in campo all'interno del gioco politico e con questa semplice obiezione si arroga il diritto di non prendere atto delle sentenza ma soprattutto è un Paese che volutamente, in molte sue componenti, si impegna ad accapigliarsi sui processi per riuscire ad evitare di discutere dei fatti che durante i processi emergono, provati, riscontrati. Che Dell'Utri fosse il tramite di Berlusconi con Cosa Nostra lo dice una sentenza passata in giudicato (sì, passata in Cassazione) che viene snobbata tranquillamente dagli stessi che oggi invocano il garantismo sul processo "trattativa". Il trucco è sempre lo stesso: essere garantisti fino al terzo grado di giudizio e poi scagliarsi contro le perversioni della magistratura nel caso in cui la sentenza sia particolarmente sfavorevole. Non c'è nessun spessore di pensiero, non c'è nessuna reale convinzione, l'obbiettivo è negare, negare, negare e se possibile delegittimare giudici e magistrati.
Per questo non riesco proprio - anche se lo vorrei - a credere che la sentenza di Palermo stravolgerà gli equilibri politici oppure che finalmente riuscirà a rendere non potabile Berlusconi e i suoi sgherri: se la coscienza collettiva è riuscita così bene a rimanere impermeabile ai processi Andreotti e Dell'Utri utilizzerà le stesse tecniche per scavalcare anche questo processo. Questa sentenza serve almeno ai magistrati di Palermo per difendersi dagli attacchi più feroci e bavosi, poco di più. Non è un tema giudiziario: legato a doppio filo con i colpevoli di questo processo c'è ancora un bel pezzo dell'attuale classe dirigente (politica, culturale e imprenditoriale) di questo Paese. La cosiddetta "gratitudine" a Silvio Berlusconi qui da noi in realtà ha la forma di un libro paga da cui molti non vogliono e non possono staccarsi. Questo è un Paese che non riesce a fare i conti con questa storia perché ci è ancora dentro, con entrambi i piedi, in quella storia. E non possiamo non registrare che proprio la fedeltà (o forse la "servitù") e la vicinanza a Silvio Berlusconi sia l'unico merito politico della seconda carica dello Stato (almeno che a tutti noi non sia sfuggita qualche gesta virtuosa). Non possiamo non registrare che proprio Berlusconi (nel pieno di questo processo) è stato accolto con tutti gli onore dal Presidente della Repubblica pur non essendo nemmeno candidabile, emendando la sua condanna con una foto di gruppo nel cuore delle istituzioni italiane.
Si comincerà a fare i conti con la storia quando qui da noi si riuscirà a dibattere della responsabilità etica oltre che giudiziaria della classe dirigente politica (vi ricordate? Ne parla proprio Borsellino, che citano tutti per un po' di antimafia da souvenir ma che poi praticano in pochi) riconoscendo le opinioni dagli intossicatori servi. Chissà che allora non si possa davvero raccontare chi è Stato (volutamente maiuscolo) Silvio Berlusconi.

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Ritratto di Giulio Cavalli

Biografia

Giulio Cavalli (Milano, 26 giugno 1977) è un attore, scrittore, regista e politico italiano.
Nell'agosto 2013 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura racconta il progetto per fare fuori Giulio Cavalli. L'indicazione arrivò nella primavera del 2011 da emissari del clan della 'Ndrangheta De Stefano-Tegano. In quel periodo Cavalli era già sotto scorta.
Dal giugno 2013 collabora con il giornale online Fanpage.it, per il quale realizza editoriali[4] e format video, oltre a curare la rubrica Le Uova Nel Paniere.
Dal 2015 cura la rubrica Il buongiorno di Giulio Cavalli sul settimanale Left.[7]